Per compensazione

Qualche giorno fa ero seduta sul mio sgabello in giardino, già pronta per uscire. Mi stavo silenziosamente incitando ad alzarmi, come succede quando il dolore infierisce in maniera troppo prepotente sul mio fisico. In questi casi, agisco in automatico, “secondo copione”. Basta un input iniziale, al resto penso io: nei momenti di lucidità, ho addestrato la mente a colmare mancanze e sopperire alle più svariate situazioni. La ragione sa come prendere per mano la mia parte sofferente e distrarla con promesse di gioia e tempo ben investito; promesse sempre mantenute.

Certo, alcuni giorni funziona più di altri.

Il rossetto rosso, i capelli sciolti: cerco di rendermi piacente per ingannare il cervello attraverso gli occhi; la camminata decisa, dimentica della rigidità e delle fitte acute che si diramano ad ogni passo, dappertutto: prendo in giro il cervello con l’atteggiamento e l’uso della fantasia.

Rendere anche il tempo caratterizzato dal dolore produttivo (in linea con quella specifica condizione) è così importante, poichè fa sì che, al termine della mia giornata, riesca a reperire in qualsiasi caso l’arricchimento che mi serve per sapere che sto andando avanti, che niente mi blocca del tutto. Che, slittando il mio punto di vista, esiste un modo affinchè io rimanga una zona di riferimento per me stessa. Sempre.

Fisicamente mi trovo ancora sullo sgabello, nel giardino. È il flusso di pensieri che mi trasporta qua e là, a partire dallo sguardo, il quale, simile ad una videocamera che individua il suo obiettivo, mette a fuoco quello che stanno facendo le mie mani. Scinde nel dettaglio e ricava, con sorpresa, un meccanismo illuminante.

Le mani, cinte l’una all’altra, poggiano sulle mie gambe, accavallate. Le dita della destra si inseriscono tra gli spazi di quelle della mano sinistra ed, esercitando una presa stretta sul dorso di quest’ultima, la raddrizzano. La mano sinistra, mio segreto punto debole, risponde tremando visibilmente, in quanto, per indole, lei di norma resta sempre un poco chiusa al mondo; affronta le sue giornate così. Sopraffatta e, assieme, confortata dal gesto deciso della sua gemella “buona”, però, lentamente si lascia andare e la imita, distendendosi; provando quella sensazione dimenticata grazie al sostegno che le viene inaspettatamente offerto.

Ma non è la sola a trarre piacere da quel gesto. Destra, inizialmente spronata da un’azione disinteressata, si trova ben presto avvolta dal calore di Sinistra, e piegarsi su se stessa, celandosi un po’ all’ombra della gemella, diventa un’esperienza che la impreziosisce di qualcosa che non avrebbe mai pensato di conoscere. Se non si fossero avvicinate, seguendo un primitivo istinto di compensazione, avrebbero viaggiato parallele per le loro strade, senza scoprire mai che lenire il dolore e provare piacere non sono concetti antitetici, bensì complementi egualmente utili del vivere.

L’altro giorno in giardino non mi ero bevuta il cervello. Mi sono solo ritrovata casualmente ad identificare nel microcosmo rappresentato dai movimenti istintivi delle estremità dei miei arti superiori un concetto su cui rifletto piuttosto spesso, più che come malata, in qualità di essere umano; in quanto, nel detenere delle diversità, siamo tutti uguali. Provate a portare ciò che credete di sapere a priori sul piano della concretezza. Scandagliate e immaginateci sopra. Anche se tra un collegamento e l’altro risulterà qualcosa di sconnesso, pensate al perché delle cose: è solo così che diventeranno vostre.

La parola “handicap” deriva in origine dall’espressione “hand in cap”, ossia un gioco d’azzardo che consisteva nell’infilare alla cieca una mano dentro ad un cappello ed estrarne una moneta. In seguito, il concetto è entrato a far parte del linguaggio ippico, dove, il significato di “handicap” è stato identificato nella differenza tra un cavallo e l’altro a seconda dei suoi mezzi e delle sue caratteristiche innate; la strategia di eliminazione dell’handicap stava proprio nel pareggiare tali diversità, affinché ognuno avesse le medesime possibilità di arrivare alla meta, contando sui propri mezzi.

Ok, l’handicap verso cui siamo parzialmente o del tutto impotenti e la malattia fanno schifo: fino a qui siamo tutti d’accordo; anche chi non lo ammette (chiedo scusa per la sfrontatezza ma ne sono convinta). Ma siamo sicuri di voler apparire davvero come una minoranza? Perchè l’osservazione attenta delle persone mi ha permesso di maturare una convinzione molto profonda, sottile e, dato che sottende un reale senso di comunione tra gli esseri umani, anche liberatoria.

Ognuno di noi, nella vita, “pesca dal cappello” qualcosa di ignoto e, perciò, si sentirà, in maniera inevitabile, impreparato, incompleto; carente, handicappato nei confronti di un percorso che non è programmabile ed ha origine in un concatenarsi di eventi che, se compresi e sfruttati nel migliore dei modi, condurranno alla conoscenza e allo sviluppo vero di se stessi.

Colmando, inciampando, equivocando, cambiando, affinando, imparando. Agendo per compensazione.

Una volta livellate le differenze e capito quello per cui noi siamo fatti, possiamo prendere posto sulla nostra “corsia di partenza” e nascere davvero. E vivere davvero.

Mi resta un dubbio che ancora non ho risolto: la ragione per la quale moltissime persone, vicine a questa consapevolezza, barattino la “partenza” con la creazione di un handicap ulteriore ed assai più temibile: la paura. Ho visto molte più persone scappare dalla felicità che dai guai. Solamente per paura di vivere la propria “gara” da responsabili e protagonisti.

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Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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