Parole Mute

Prendo a prestito le parole di Gloria Zullo: “Difficile definirmi, non amo parlare di me. Studentessa a tempo perso, fuggo dalla realtà per ritrovare i sogni, anche solo per pochi minuti. Da quando ho scoperto i suoni, non riesco più a vivere senza. Mi sento una ragazza come tante, nulla di più, nulla di meno. Vivo in un mondo incantato fatto di sole cose belle. Faccio di tutto per evitare che entri il male. I suoni, sono la cosa che amo di più”.

Il mondo dei sogni, un mondo bello. Credo che per chi abbia un ritmo di vita necessariamente diverso da quello della media delle persone, per forme corporee, modalità di movimento e sensorialità, il suo tramite con il mondo esterno che gli permette di comunicare quello che ha dentro, cercare un mondo “fatato e bello” sia una necessità per sopravvivere e mantenere intatto il coraggio, anche a costo di prendere cantonate e batoste, anche a costo di essere ripetutamente smentiti dalla realtà, dagli accadimenti e dalle persone stesse.

Il mio ritmo è più lento e così ci metto più tempo a fare alcune cose e ad adattarmici, salvo quando accellero quel ritmo all’improvviso con le parole, ritrovando la capacità di andar più veloce degli altri. Mi ritrovo tanto, emotivamente, nel film “Molly”, una pellicola, a tratti, capace di farmi piangere di lacrime autentiche, quelle che sgorgano dal cuore. In un passaggio nevralgico del film, infatti, la protagonista dice che per l’universo di chi va più lento una goccia equivale, o può equivalere, alla grandezza sterminata, ed a volte spaventosa del mare ed avere la portata di un uragano. Ci vuole tempo e coraggio per stabilizzare il tutto e trovare il ritmo giusto, per riuscire a ballare la propria danza della vita, che sia scandita da proprie note, magari stando fermi o muovendo una sola parte del corpo. Perchè la musica è dentro e non ci si sente obbligati a seguire il ritmo altrui. Ci vuole tempo per conformarsi al cambiamento ed adattarlo alle proprie esigenze: ma questo non vuol dire non saper reagire alle difficoltà. Alle difficoltà, nella maggior parte dei casi, si è avvezzi. Si tratta, perlopiù, di stabilizzare le cose, il loro vorticare improvviso, procedendo poi, magari, gradatamente.

Ricordo un episodio in cui, mentre tornavo a casa, dei ragazzini mi hanno sputato addosso. L’episodio di per se’ è insignificante, ma è indicatore di momenti in cui io ho dovuto sopportare la stupidità di chi non sa, eppure in qualche modo è più forte (anche se meno intelligente e colto). Ed allora io parlo. Parlo per riempire i silenzi e dimostrare che sono intelligente. Parlo per non soccombere allo stereotipo della fragilità ed al ruolo di “vittima”. Parlo per non darla vinta alla prepotenza altrui ed alla mancanza di coraggio ed empatia. Parlo perchè il dolore, il mio per primo, mi fa paura. Parlo per reagire a chi vorrebbe stessi zitta. Parlo per farmi coraggio in momenti di difficoltà in cui mi sento più debole di quello che mi ruota intorno. Forse, idealmente, parlo, per cercare, nel mio piccolo, di sovvertire il corso della storia in cui la disabilità è stata troppo spesso sinonimo di un silenzio che fa male, di segregazione e morte fisica e sociale. Perchè a volte, a costo di aumentarlo e farlo diventare assordante, il silenzio deve far rumore. 

Così a volte finisco per parlare “troppo”: ma anche quello è un reclamare il diritto di sbagliare e di imparare attraverso l’esperienza che solo il vivere, il vivere pienamente, sa e può dare. C’è sempre un comune denominatore: ho bisogno di stabilizzare le cose, dando loro il ritmo “giusto”. Ho un’innata diffidenza, ma tendo a fidarmi delle persone, dando loro tante possibilità: le guardo sempre con un occhio benevolo e fiducioso e a volte do per scontato che, soprattutto se legate a me direttamente e indirettamente da legami affettivi, si prenderanno cura di me ed avranno a cuore la mia vita. E sorretta da quest’idea do mille opportunità, prendendo su di me, troppo spesso, la colpa di alcuni episodi, ma quando comincio a notare l’ingiustizia la non equanimità, il “male” che penetra il sistema che sto faticosamente costruendo, perdo tutta la fiducia d’un colpo ed è difficile che dia altre possibilità per quanto mi sforzi. La diffidenza prende il sopravvento e con essa il bisogno di tutelarmi e tutelare il mio sistema di cose belle, di sogni, di speranze, di cambiamento. 

Io sono così: come tutti posso ricevere conferme, proprie ed improprie, provenienti dalle mie paure, consapevole che la paura, a volte, è bugiarda. Conferme che mi fanno chiudere, “rizzare il pelo” e stare in allerta, e ci metto tempo in generale a cambiare molte abitudini, anche quelle che possono essere molto sbagliate e lesive per me stessa ed il mio benessere. Mentre altre non le voglio cambiare perchè fanno parte di un insieme di valori e di caratteristiche che mi rendono quella che sono nella mia autenticità ed essenza, pur con tutti i miei limiti e le mie fragilità e che rendono ritmi e forme diverse una ricchezza e non qualcosa di cui aver paura.

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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