Origami

 

“Affidare ai ricordi il compito di esprimere e tramutare in Verbo ciò che ci ha reso Uomini, avendo la forza di Raccontarli, arrivando perfino a scriverne con assoluta disarmante sincerità e naturalezza, è un gesto Nobile e meritevole di grande Rispetto, ancor più se frutto di un passato già duramente messo alla prova da uno status già iscritto, ma ancora nascosto.
Ciò che ai più potrebbe apparire come il volersi liberare di un peso dato da un passato banalmente definito “difficile”, è invece la prova inconfutabile di una meritata Vittoria, conquistata duramente perchè frutto di un cammino apparentemente lontano, ma che è l’origine imprescindibile dell’Oggi, del nostro essere uomini nel Mondo.
Ricordi a cui seguiranno altri ricordi, parole attraverso cui chi ha tramutato il buio in luce decide di regalarci, per farci dono di Verità troppo spesso ignorate, ma che se lette con il cuore possono donarci Occhi Nuovi e Nuova Linfa.”

Avrò avuto circa 4 anni quando mia nonna materna, nonna Rina, si ammalò gravemente, il classico brutto male. All’ epoca parole quali tumore, cancro erano dei veri è propri tabù. Pronunciarle, anche implicitamente, era come sancire una morte, una fine inevitabile dalla quale tutti rifuggivano.
Gli stessi medici non la usavano, come non usavano comunicare certe diagnosi ai pazienti perché ritenevano che tale comunicazione avrebbe significato sancire una condanna a morte, come se questa condanna non fosse già la stessa malattia, a dimostrazione di come anche per chi opera in sanità la cosa più difficile da affrontare sia la verità e l’accompagnamento di chi soffre verso inevitabili traguardi.

Comunque sia, credo che il tumore colpì l’intestino e poi si diffuse alle ossa, in particolare alla spina dorsale.
Mia madre era profondamente affezionata a quella donna minuta dai capelli ricci e bianchi e il viso dolce che, pur con tutte le sue difficoltà, l’aveva cresciuta durante la prigionia del padre nei campi di concentramento tedeschi. 
Si era poi risposata con un vecchio falegname, uomo freddo e anaffettivo e profondamente avaro, del quale il ricordo che serbo è la mancanza di alcune dita di una delle mani causata da una sega circolare. Il carattere del secondo marito mi è ora più chiaro ripensando a questo evento.
Quando la nonna si ammalò a prendersene cura fu mia madre, e conseguentemente noi. Si trasferì per lungo tempo a casa nostra e venne accolta nella camera matrimoniale dei miei genitori, che si trasferirono a dormire in camera mia. Ricordo la trasformazione del nostro ambiente, che divenne il surrogato di un reparto ospedaliero. Vennero prese tutte quelle precauzioni utili a favorire la comodità e la sicurezza di un malato: le sponde per il letto e la maniglia che serve a chi ormai non ha più forze per sollevarsi dal materasso sul quale vive ormai le sue giornate. Ricordo la sedia a rotelle, sulla quale io, bambino, facevo interminabili giri per la casa divertendomi come un matto, non potendone, invece, cogliere l’intrinseco e profondo significato di sofferenza.

received_429446720554773 Non ho altri ricordi, sono solo flash,  non ricordo mia nonna in quei  momenti. Non ricordo la nostra vita  al  di fuori di questi giri sulla sedia a rotelle, non ricordo l’espressione dei  volti di  mia madre o mio padre, non  ricordo come si passassero le  giornate, non ricordo né dolore né  gioia. Ricordo  la maniglia sul letto e  la sedia a rotelle!
 Nonna Rina trascorse i suoi ultimi  mesi di vita all’ospedale al Mare,  
 ospedale in cui molti dolori delle nostre  vite s’intrecciarono.
Anche di questo periodo non ricordo nulla, se non quel pomeriggio. 
Saranno state le sei, e come tutti i giorni mia madre tornava dall’ospedale, dove aveva passato la giornata  ad accompagnare mia nonna nel suo ultimo viaggio che però nessuno poteva sapere quanto sarebbe durato. Quel giorno c’era qualcosa di diverso. Suonò come sempre il campanello, ed io accorsi ad aprire e come sempre uscii sul pianerottolo ad aspettare felice mia madre. Non potevo capire che quel quotidiano rientro era carico di un dolore che avrei capito solo più di 20 anni dopo, a me era dato comprendere solo che mia madre tornava, e questo mi bastava per provare una felicità  totalizzante. Ricordo che quel giorno, forse anche gli altri, non lo  so, come me alla porta venne anche io padre. Lui probabilmente già sapeva. Sentii aprirsi il portone e appena allo sguardo fu permesso d’intravederla mi fu subito chiaro che qualcosa non andava. Mia madre piangeva. Nonna Rina era morta. Ma io questo non lo potevo sapere. Sapevo solo che la persona che attendevo con tanta emozione stava accorciando lo spazio che ci separava con la compagnia del pianto che, anche se bambino, sapevo essere presente quando qualcosa non era andato come volevamo. Non penso di aver collegato, o forse sì, il suo pianto alla nonna, ma credo che mi fu subito, delicatamente detto.

Di ciò non ho altri ricordi, se non quello dell’indomani. La mattina andavamo a scuola una mezz’ora prima perché la maestra Erika ci insegnava gli origami, ricordo ancora il cigno. Arrivai davanti alla porta della classe con mio padre, mia madre certo era a casa a piangere la scomparsa della madre, di quella compagna e maestra di vita a cui lei era così legata. La maestra Erika uscì dalla classe, sicuramente informata di quanto successo e mi chiese qualcosa, non so cosa, so che risposi, come qualunque bambino avrebbe fatto che la nonna era andata in cielo e cominciai a piangere, un pianto viscerale, profondo, un pianto che sicuramente mi consentì di cominciare l’elaborazione di quel lutto, un pianto che fece uscire il profondo dolore di quella scomparsa. Piansi così, così profondamente, così sinceramente, senza remore e vergogne solo un’altra volta nella mia vita, alcuni mesi dopo la morte di mia madre.

Nonna Rina non c’era più, questo lo sapevo, quello che non potevo sapere è che nemmeno mia madre, o almeno la madre che conoscevo fino a quel momento ci sarebbe più stata e che con la scomparsa di quella madre sarebbe invece comparso un dolore e una sofferenza che l’avrebbero e ci avrebbero accompagnati fino al giorno in cui avrebbe raggiunto la nonna! 
                                                                                                                                                                                                                                                                         @Claudio

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Claudio Diaz

A proposito di Claudio Diaz

Sono una persona che grazie alla malattia è tornata in contatto con una realtà dalla quale fuggiva da troppo tempo e che grazie alla stessa ha compreso, nel senso più totale, il dono del presente, del qui e ora. La Vita è un lungo e bellissimo viaggio del quale però troppo spesso non si comprende lo splendore, e solo tramutando un evento drammatico, una crisi, in un’opportunità, potrà essere ri-scoperto. L’opportunità per me è stata quella di riscoprire l’importanza della relazione mente-corpo-spirito e delle mie reali potenzialità, comprendendo che solo attraverso un’attenta osservazione di un evento si può capire la sua mutevolezza e le sue molteplici sfaccettature. Oggi cerco di restituire in qualche modo il tanto ricevuto, dall’esperienza di uomo di 38 anni quale sono. Scrivo, fotografo, ascolto e parlo. Non rifiuto più di dire quel che penso, nè tanto meno di ascoltare quel che pensano gli altri. Sono Referente per il Veneto di AIVIPS - Associazione Italiana Vivere la Paraparesi Spastica Ereditaria, sono socio di Slow Medicine, e amo chi riesce a guardar prima dentro di sè, perchè solo tramite questo viaggio introspettivo si troverà la chiave di lettura per amare la vita nonostante le storture in cui la realtà ci coinvolge. www.neurodiversamente.org

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