“Onora il prossimo”

Della personalità di cui mi ritrovo composta quello che mi ha messo, fin dai primi anni della mia esistenza, in forte difficoltà nei rapporti con gli altri consta in un’innata e netta deviazione rispetto a ciò che è “giusto” dire o non dire. Per visualizzare il concetto tramite un’immagine molto semplice, ogni volta che cerco di guidare diritta e pacifica, sulla media dei settanta, verso la città di “Politically correct”, ad un certo punto, sebbene con espressione infastidita e sospiro di rito, io tiro una sterzata e svolto dalla parte opposta. Com’è naturale, con gli anni e l’esperienza, ho smussato i modi e messo al guinzaglio una percentuale d’impulsività. Ma la sostanza rimane, e quella materia sono io.
Io, che sono convinta che la condivisione del proprio pensiero ed il resoconto delle cose come stanno restino l’unica strada percorribile per il cambiamento e l’evoluzione, sia in ambito umano che sociale. Per tessere, inoltre, rapporti o anche “solo” affinità autentiche, che conducano alla vera riflessione e all’arricchimento personale.
Credo sia inutile prendersi per mano e formare un bel cerchio di persone che ripetono a turno “è così”; sorridersi; lasciarsi la mano; girarsi dall’altra parte e, poi, chiamare quella una società civile che non evolve mai.

Ospedale di M.
Una ragazza di ventiquattro anni è piegata su se stessa, su di una barella rivestita da un telo verde, che odora di terribili presentimenti. Non trattiene il cibo da venti giorni ed è spossata. Si sente sola: nessuno le crede e sta malissimo. Alza la testa verso il corridoio. Due infermiere la guardano con la coda dell’occhio ed, istantaneamente, ne fanno argomento da caffè: “Guarda lì, quante scene per un po’ di vomito”; il telo verde odora di terribili presentimenti ed il sale di cui sono fatte le lacrime.
Quella donna distesa in posizione fetale, a distanza di dodici anni, sa che la ragazza che è stata era soltanto nel mezzo di una recidiva della sua malattia. Ora sa che sarebbe bastato solo del cortisone per star meglio. Ed è fiera di aver creduto sempre nel suo istinto, che le suggeriva che qualcosa non dipendente da lei non funzionasse.
È stata l’unica.

Parcheggio studi medici fronte centro commerciale.
-“Scusi non la può mettere lì la macchina, è un parcheggio riservato a
persone in possesso di contrassegno d’invalidità.”
-“A lei serve?”
-“Io ho parcheggiato, ma potrebbe arrivare qualcuno che ne ha bisogno.”
-“Deve parcheggiare lei?!”
-“Ho detto che quel posto deve restare libero o chiamo i carabinieri adesso.”
-“Vaffanculo”.

Parcheggio sportello bancomat.
-“Sono stata costretta a mettere la macchina fuori dalle strisce che
delimitano il parcheggio. Per caso, di chi è la macchina senza contrassegno
che sta sul posto adibito a persone con contrassegno…?”
-“Sì, ha ragione, è mia. Adesso la sposto.”
-“Eh… ok.”
Minuto di riflessione.
-“Comunque, l’ho messa lì solo per prelevare. Avevo fretta.”
-“Anche noi ce l’abbiamo quella cosa là a volte… la fretta.”

Parcheggio supermercato.
-“Signora aspetti, ci penso io. Anche io ho il contrassegno e gli stessi
problemi. Vado al punto informazioni e faccio spostare quest’auto che le
impedisce di parcheggiare.
Eccomi. Tutto ok. Anche a me capita di continuo!”
-“Perchè? Lei non ha forse fatto lo stesso?”
-“No, guardi che il mio contrassegno sta lì, non vede?”
-“Sì… ma so come sono i malati io. Si figuri se lei lo è. Mi sembra un po’
troppo bella e in ordine per essere malata”.

Parcheggio del cinema.
-“Scusi, dovrei parcheggiare nel posto qui davanti.”
-“Mia figlia ha il gesso. Non mi sembra che lei abbia bisogno di questo
posto.”
-“Sclerosi multipla.”
-“Beh, mica potevo sapere.”
-“Ha ragione. Doveva solo spostarsi. Anzi, non avrebbe dovuto trovarsi lì.”

Parcheggio del supermercato parte seconda.
Giovani ben vestiti con aria di gente che ha deciso di salvare il mondo – basta che le istruzioni per attuare la missione siano figure – mi si avvicinano “facendo no” con la testa.
-“Eh no, non puoi metterti lì.”
Giornata sbagliata per me. Apro l’auto, piglio il contrassegno e lo sbandiero loro da entrambi i lati, così visualizzano anche la mia foto.
-“Allora, siccome non è la prima volta (e nemmeno la seconda), fatemi un
favore. Google: digitate “malattie invisibili”; nell’elenco troverete anche
sclerosi multipla.”
-“Ah scusa, non parliamo più”, dice lui.
-“Non sapevamo.”, aggiunge lei.
-“Il rispetto scatta prima della conoscenza”, chiudo io.

Ospedale di A.
Busso alla porta.
-“Scusi, mi aprirebbe, non ho forza agli arti superiori e la porta non è
accessibile.”
Infermiera: “Basta spingere”.

Poste di A.
Busso alla vetrata e indico le mani e poi la porta.
-“Scusi, ho fatto presente il problema alla responsabile di filiale un paio
di settimane fa. La porta per accedere allo sportello automatico dovrebbe
essere magnetica o perlomeno… aperta.”
-“Sì, ne ho sentito parlare. Ma non è che noi possiamo alzarci dalla
postazione ogni volta.”

Ospedale di P.
Mi reco in direzione dell’ambulatorio dove ho una visita programmata. Entrando nel corridoio, non bado al fatto che la porta successiva è pesantissima, con maniglia anti-panico. Allora, busso (nonostante spessa, la porta è trasparente), ma niente. Suono il campanello: gli infermieri e gli operatori mi guardano, ma non mi aprono. Dopo essere rimasta “in trappola” per dieci minuti, scoppio a piangere, a causa del nervoso e perchè non passa nessuno. Un operaio che sta lavorando lì di fianco mi sente e mi apre immediatamente la porta. Allora, mi reco a chiedere il motivo per il quale mi avessero ignorata al bancone dell’accettazione. Una donna mi guarda e se ne va. Un uomo, con gli occhi fissi sul computer pronuncia la lungimirante frase: “Noi non possiamo lasciare la postazione”.

Essendomi già abbastanza dilungata in argomenti spiacevoli, ma da riportare in quanto dati di fatto, concludo brevemente questo mio pensiero invitandovi ad una riflessione sulle malattie invisibili ed, in realtà, su tutto ciò che lo è.
L’inazione di fronte a qualcosa che non va contribuisce alla sua persistenza nel tempo. E, anche se proprio non ce ne fregasse nulla per svariate ragioni, la questione dovrebbe interessarci solo per il criterio che, nella vita, siamo tutti sulla stessa “barca”; e tutto può capitare a tutti.
La fiducia negata ha un solo nome: pregiudizio.
Il pregiudizio è chiusura verso il mondo e le persone. E rappresenta la sconfitta dell’umanità a priori.

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Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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