Occhi e spalle

“Vieni con me! Non mi piace guardarti dall’alto in basso”. Lui in piedi prima, e seduto su un divanetto rosso dopo. Io seduta sulla mia sedia a rotelle prima, e seduta sulla mia a rotelle dopo, ma accanto a quel divanetto rosso. Vicini. Occhi negli occhi. Una piccola frase e un tuffo al cuore per me. Uno di quegli scossoni che non senti per le farfalle allo stomaco, ma che ti riempie davvero del bene più profondo che la vita può offrirti. Una piccola frase, come le piccole cose, quelle a cui non pensi, quelle a cui dimentichi di dare importanza, quelle che non credi di meritare, seppur piccole. E le piccole cose, i particolari, le emozioni e le sensazioni seduta lì, su quella sedia, li vivi fino alla loro più intima essenza. Tutta la prospettiva si stravolge, niente appare più all’altezza giusta eppure da lì nemmeno il più piccolo particolare ti sfugge più, tranne quello che accade dietro di te. Quello che accade dietro di te non lo vedi, arrivi a percepirlo, a volte lo immagini, ma non lo vedi. È invece ciò che ti sta accanto, ciò che hai di fronte che ti si para davanti come una cruda verità, quella però più vera. Quella verità che nel farsi parola, nel trasformarsi in gesti, si rivelerà autentica lì dove troverai chi sceglierà di cercare ugualmente i tuoi occhi e diverrà invece pregiudizio se sceglierà di posarsi solo sulle tue spalle. Occhi che hanno sfidato altri occhi, cattivi e meschini, e spalle che si sono dovute far carico di un peso impossibile da spiegare con le parole. Occhi fieri e spalle forti. Seduta su quella sedia ho preso a frugare ogni particolare, ho calcolato ogni distanza, scontrandomi con il dubbio di come possa a volte diventare incolmabile e accogliendo al contrario l’unicità che si cela dietro alla paura dall’altro, colmabile solo con premura e comprensione. Seduta su quella sedia pensi, rifletti, ogni cosa si amplifica perchè di ogni cosa vedi anche ciò che sembra invisibile. Il volto della pietà lo riconosci, arrivi perfino a percepirlo perchè sembra rincorrerti, perchè ti colpisce dall’alto in basso, perchè resta un passo dietro di te, o peggio si erge davanti a te come un mostro pronto a sovrastarti, ma che annienti nell’esatto momento in cui decidi di alzare la testa quel tanto che basta per incronciare i suoi occhi e sfidarlo, sbattendogli in faccia quella sana fierezza che sa di infinita voglia di vivere. Il bene invece si nutrirà dei piccoli gesti, quelli spontanei, genuini che ti fan venir voglia di ridere forte e ridere tanto. Piccoli gesti che vedranno il bene inginocchiarsi di fronte a te, abbassarsi alla tua altezza e stringer forte le tue mani. Mani che avrai imparato a poggiare sulle  ginocchia perchè solo così riuscirai a scaldare quel freddo che congela la tua anima. E sempre il  bene ti farà volteggiare, ti afferrerà la mano e ti coinvolgerà in un ballo imperfetto ma perfetto nel suo mostrare agli altri una felicità che non saranno mai capaci di cogliere. Seduta su quella sedia ho sentito la vita prendermi a pugni e abbracciarmi poi così forte da togliermi il fiato, perchè il bene è capace di abbassarsi e stringerti così forte da sollervarti appena e farti sentire perfetta e bellissima. E sempre seduta lì ho sentito il peso di parole cattive, ma non dette e il grido silenzioso di chi con un solo sguardo ti riempie di ammirazione, di quella stima che fa risplendere la tua forza, dandole il rispetto e tutto il valore che merita. Seduta su quella sedia ho raccolto la finzione di chi non ha trovato il coraggio di dirmi ciò che prova guardandomi negli occhi e l’ho sparsa davanti a me scegliendo poi di passarci sopra, con sfacciataggine e prepotenza. Ho sostenuto lo sguardo di chi in me cercava un particolare che sembrava voler svelare i miei pensieri più profondi. Ho scelto di proteggere e custodire le emozioni di chi mi ha confessato di aver così tanta paura solo nell’immaginarsi al mio posto promettendogli di mostrargli un giorno e solo a piccoli, piccolissimi passi la bellezza che dietro l’unicità si cela, perdonando così un’umana debolezza. Aver paura di quelle due ruote, di un’immobilità imposta, di un limite invalicabile è umano. È comprensibile e perfino giustificabile. Nell’ammettere la propria debolezza, nel dire di non essere all’altezza di compiere quel passo in più che è necessario compiere davanti a chi diverso non vi è nulla di cui vergognarsi. Ad essere disumano, ingiusto, egoista è negare che la diversità esiste, è privare chi diverso di far parte del proprio esistere come se il permetterlo fosse qualcosa capace di sporcare la propria esistenza, è ignorare il diritto di chi diverso di essere e divenire. Lo scherno, la voglia di sbattere in faccia una superiorità effimera mostrata da una dubbia e ostentata femminalità vestita di tacchi a spillo, o da quel fare che si macchia di egoismo è quanto di più inaccettabile e meschino si possa riservare a chi diverso. La nostra diversità esula dalla nostra volontà, è il frutto tangibile e immutabile di una malattia che non abbiamo scelto. È una condizione che la vita ci ha riservato, imponendocela, senza domandarci se ne fossimo all’altezza, ma obbligandoci ad accettarla senza darcene scampo, senza sconto alcuno. La nostra diversità, il nostro essere disabili e ogni nostro limite è parte di un disegno che della nostra vita è l’espressione più cattiva, ma che noi scegliamo di colorare con caparbietà, resilienza, coraggio e forza. L’essere seduta su questa sedia, in una fredda sera d’inverno, mi ha permesso di riscoprire la purezza di quel bene autentico e puro di chi ha scelto di esserci per me, e che mi ha salvata e mi ha dato modo di lasciarmi alle spalle chi invece ha scelto di fermarsi due passi dietro di me, convinto di essere protetto e immune da ciò che infondo rivelerebbe la sua vera essenza, un vuoto difficilmente sanabile perfino dall’alto di un’effimera e labile normalità.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *