Nero su Bianco

Al nero su bianco non sfuggi. Il nero su bianco impone di esser letto, non puoi girar la faccia dall’altra parte. Ti si para davanti come il peggiore dei nemici e ti guarda prendere coscienza della sua verità. Sembra uscire da quel foglio intenzionato a gridarti: “Non azzardarti a piangere, sai!? Non frignare! Smettila, stupida, ciò che è scritto resterà con o senza le tue lacrime.”
Stringi i pugni e strizzi gli occhi, dura tutto si e no un millesimo di secondo che a volerci pensare però  vale quanto un’eternità, e poi passa. Quel nodo alla gola si scioglie, e il cuore si indurisce un pò.
Non ti dai certo il permesso di rileggere quelle parole una seconda volta e in quell’unica volta che ti concedi di farlo lo fai come se la tua mente fosse pilotata da un pilota automatico, come se niente di ciò che è scritto ti appartiene veramente. Un fare frutto di anni difficili, incomprensibili e inaccessibili per molti, anni in cui ho raccolto centinaia di quei fogli, ma in cui una cosa non è mai cambiata. Il loro peso. Il peso di una cartella clinica ti schiaccia, ti devasta, ti annienta. Ti cambia nel profondo. Cambi nell’esatto momento in cui ti rendi conto che il varcare la soglia di un ospedale diverrà la regola. Una regola che all’inizio apparirà come il peggiore dei doveri a cui dovrai sottostare e che solo col tempo vedrai invece come quel dovere che la vita ha nei tuoi confronti, perchè quella speranza è tua di diritto, l’hai guadagnata, la meriti. Diritti e doveri che si mischiano, si scontrano. Sembrano saltare fuori da quei fogli. Il diritto ad una cura. Il dovere di non arrendersi. Il diritto di ricevere assistenza. Il dovere di riconoscere i limiti della scienza. Il diritto di veder garantite forniture e presidi assistenziali. E il dovere di guardare oltre e comprendere i limiti di un sistema socio sanitario che ha bisogno esso stesso di cura. Rabbia e pazienza che si fan un tutt’uno, sentimenti che lasci andare, che ti imponi di non sentire, come il suono di quelle parole non dette ma solo lette. Il loro eco rincorrerà i tuoi passi, ne modulerà il ritmo, li arresterà a volte, altre invece darà loro una spinta forte e vigorosa. Una realtà imposta, un corpo che porta i segni di battaglie difficili da raccontare, ma che non vuole arrendersi. E un’anima la mia che nell’esatto momento in cui ha percepito lo smarrimento si è ridestata chiedendo tempo, chiedendo aiuto. Io che ho accettato il sapore amaro delle lacrime, io che ho lasciato a me stessa il diritto di sentirsi fragile ricevendo in dono amore, ascolto, cura. Ricevendo in cambio il Bene. In questi lunghissimi anni ho conosciuto molti volti, ho vissuto le più disparate realtà ma mai avrei creduto di ricevere quanto la vita mi sta offrendo. Alcuni potrebbero dire che è giusto sia così, che non è nulla di straordinario, che è l’unica risposta possibile davanti alla mia instancabile lotta, eppure… Eppure io dico no, non è la regola, non vi è nulla di scontato, o peggio di dovuto. Siamo umani, siamo tutti esseri in diritto di commettere errori, nessuno è infallibile. E davanti a chi raro, davanti a casi impossibili tutti dobbiamo fare un passo indietro perchè tutti siamo persone, ancor prima di esser malati, ancor prima di essere medici.
“Io non so nemmeno il suo nome!”
“Io sono il chirurgo, un chirurgo. Non importa il mio nome.” 
“Lei non è solo un chirurgo. Lei prima di essere un chirurgo è una persona.” 
Un uomo a cui poi ho avuto il piacere di stringere la mano, perchè mai sarei uscita da quella sala operatoria senza averlo fatto e che nel salutarmi si è svestito per un attimo della fredda compostezza del suo ruolo e mi ha sorriso.
Ecco, quel sorriso lo porterò con me, per molto tempo. Non chiedo risposte, non le voglio più. Non cerco più un dettagliato nero su bianco perchè mai accetterò davvero la verità che certificherà. Ho ricevuto in dono ciò che cercavo. L’umanità, la coscienza che si fa scienza, che lotta e ci crede senza lasciarmi in disparte. Ne ho avuto dono in ogni istante che mi ha visto tra quelle mura. Si è fatta realtà in ogni sorriso, in ogni offerta di aiuto, di assistenza, di conforto. Posso dire che a curarmi, a curarmi davvero, è stata l’umanità che ho respirato e toccato con mano in quei corridoi. La notte non mi ha fatto paura, restare lì non mi ha sconvolta. Non ho sentito quel freddo che aveva contraddistinto i miei passati ricoveri, quello che temevo, quello che non ho dimenticato. Una ferita per l’anima che posso dire oggi essersi rimarginata, che non sanguina più. Non credo esistano parole per dire Grazie, posso però promettere che mai e poi lascerò la presa, che nessuna verità diverrà scusa per mollare. Mai. Non pensavo che questo tempo sarebbe mai arrivato. Non credevo possibile un giorno di poterlo dire ma tra me e la scienza non sento più esserci conti in sospeso. Il patto è stato siglato nell’unico modo possibile, la fiducia riposta e l’alleanza stretta. Non so se firmerò mai un armistizio, ma infondo cosa importa? Se è vero che il nero su bianco resta io non smetterò mai di scrivere la mia storia.  

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Credo nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto, ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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