Il Museo della Follia: disperazione e disabilitazione degli individui privati della loro umanità.

Il Museo della Follia, mostra curata da Vittorio Sgarbi ed ospitata nella Basilica dello Spirito Santo, fino al 27 maggio 2018, è un viaggio nella follia, che al pari della ragione, come sottolineava Franco Basaglia, abita in ognuno di noi.

Entrarvi equivale ad addentrarsi in un dedalo di pannelli neri, che rappresentano l’oscurità di luoghi e stati d’animo, di tormenti e demoni, rischiarati da improvvisi sprazzi di luce e colore. Espressioni di sè. Difese estreme dell’identità, tentativi, spesso disperati, di conservare la possibilità di parlare, di dire, di essere nel mondo, anche nel chiuso di quelle istituzioni totali e spersonalizzanti, come le definisce Goffman, abitate da paura, sopruso e violenza, che erano i manicomi.

Accanto alle opere di maestri come Vincenzo Gemito e Antonio Ligabue, ma anche dello stesso Goya, quelle di altri autori meno noti, che attraverso l’arte, a volte priva di tecnica e di “scuola”  esprimono, con disarmante semplicità o con grande potenza onirica ed ossessiva, il grido muto della propria anima che sa tramutarsi in  disperazione.

Oltre 200 opere, tra dipinti o sculture, nate non solo dall’esperienza diretta e personale, fisica, psicologica ed emotiva dell’incontro con la follia ed il  disequilibrio interiore che disgrega le emozioni e la ragione, e dalla relativa esperienza della manicomializzazione, ma anche da chi la follia l’ha immaginata,  analizzata, “lambita”, persino temuta ed evitata.

C’è chi dà, ad esempio, la sua personale interpretazione della figura delle streghe, come Michele Cammarano. Una visione, che si pone a metà tra quella delle classiche megere decrepite a quella di  donne seducenti, discinte nella loro vesti  povere e con lo sguardo allucinato di chi presagisce un destino di marginalizzazione e, forse, di persecuzione. Rappresentate con i piedi scalzi ed un cesto ricolmo di erbe  officinali e fiori ad indicare, in pochi tratti pittorici, la storia, insieme individuale e collettiva di queste figure, spesso additate come streghe e spose del diavolo, laddove si trattava solo di donne che volevano aiutare la collettività, a partire dai bambini, curando con le erbe, o che avevano semplicemente voglia di esprimere la propria essenza vitale. In maniera complementare, viene mostrata, anche con crudezza, l’esperienza di prostrazione e follia nei monasteri e della condizione di clausura, spesso imposta in base a regole di tipo “economico” e di spartizione del patrimonio, che nulla avevano a che fare con la vocazione. Una violenza psicologica, una vessazione, una privazione identitaria che non poteva non sfociare, troppo spesso, nella perdita coatta del senno.

Ed ancora “La stanza della griglia” di Cesare Inzerillo, dove campeggiano serie di foto di persone private della bocca, degli occhi e degli organi di senso, cioè di tutte quei connotati e quegli strumenti che avrebbero permesso loro di esprimere se stessi, di protestare, di “esserci” e di rimanere umani.

E poi foto dedicate a quello che resta di quei luoghi, oggi deserti ed anonimi, immortalati nella loro funzione disumanizzante, che evidenzia come abbiano privato di identità chi vi era recluso. Ma abbelliti, nel ricordo di chi è “stato”, nonostante tutto, dalla forza di un fiore, inatteso germoglio di vita, di bellezza e di speranza.

Trasversale la disperazione che permeava quei luoghi, dove all’essere umano era negato il contatto fisico (se non violento, prevaricatore e vessatorio). Un contatto che si traducesse in un abbraccio, ma anche in una carezza fugace o in una stretta di mani (che, se c’era, era rubata).

Una disperazione ed una negazione della forza vitale ed identitaria che spesso si riflette e si riversa con ferocia sulla sfera affettivo-sessuale, dando rappresentazione di sè in opere parossistiche come quella in cui nubi nere diventano mani che ghermiscono e si introducono, a forza, nei corpi, squassandoli e al contempo dando un piacere “disperato” ed agognato, ma anche brutale.

O ne La nave dei folli di Hieronymus Bosch quei corpi dalle pance aperte e ricucite malamente, attraversate da orribili cicatrici, private degli organi, e quindi della capacità riproduttiva, ma anche della propria legittima intimità, laddove gli organi sessuali, al pari della nudità, sono esposti senza consenso e violati.

La privazione coattiva dell’identità (che può essere interpretata anche come un tentativo estremo attuato dall’individuo per tentare di salvare qualcosa di autentico di sè, nascondendolo, di fronte alla ferocia di ciò che accadeva all’esterno) viene espressa con intensità nella statua di colui che reca una maschera ridanciana ma che, laddove la toglie, mostra il suo volto disperato.

Una notazione è da dedicare alla sezione dove viene mostrato il piede di Maradona, el Pibe de oro. Una “personalizzazione” tutta partenopea (la mostra, infatti, nel titolo originale prevedeva un excursus da Goya a Bacon). Una variazione tematica, da alcuni criticata e reputata fuori contesto, che trova la sua giustificazione nella caratterizzazione di Maradona, come summa di genio e sregolatezza, capace di grandi gesti ma anche di colpi di testa e di eccessi ritenuti “folli”. Folle, nella sua bellezza, la capacità di fare gol in situazioni in cui sembrava umanamente e tecnicamente impossibile. E folle, per chi non si compenetra con la spiritualità, con i miti ed i riti partenopei, il culto di Maradona, ormai diffuso in tutto il mondo, che trova un suo “totem” nell’edicola votiva, situata in via San Biagio dei Librai, dove viene tuttora conservato un suo capello, a mo’ di reliquia.

Questa “passione” ai limiti della follia, per chi non ne comprende la visceralità, sembrerebbe trovare una chiave di lettura possibile nel monito che si legge all’avvio di questo viaggio “Entrate, ma non cercate un percorso: l’unica via è lo smarrimento”.

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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