Modellare la forma, plasmare la sostanza per diventare finalmente diversi ma uguali

Quando ho pensato al tema di questo articolo, inizialmente avrei voluto parlare di disabilità e vita indipendente per scoperchiare una sorta di vaso di Pandora su quella che è la vita di una persona con disabilità, tanto più se ci sono forti limitazioni dell’autonomia e dell’autosufficienza, e prospettare la possibilità di una qualità di vita diversa. Una vita che potrebbe essere diversa se le politiche pubbliche venissero declinate correttamente e si coniugassero con la voce indipendenza.

Poi però ho “sentito” che occorreva fare un passo indietro, per riflettere sulle dinamiche operanti  all’interno del contesto sociale in cui viviamo. Per cercare di comprendere più profondamente perchè alcuni concetti, che fanno rima con tutela della dignità, rispetto dell’intimità e dell’integrità psicofisica della persona tout court, non discriminazione e uguaglianza sostanziale, facciano così fatica a passare e siano implicitamente (anche se l’apparenza spesso è brava ad ingannare) osteggiati, quando non addirittura negati. Concetti che si gemellano con il legittimo diritto allo sviluppo della propria personalità, che può e deve essere perseguito sia a livello individuale sia all’interno delle formazioni sociali, in cui ogni essere umano esprime se stesso, come recita l’articolo 2 della nostra Costituzione.
In più occasioni ho sostenuto che il movimento per l’empowerment, cioè per il potenziamento ed il dispiegamento delle potenzialità delle persone con disabilità ha molti tratti in comune con quello per l’emancipazione femminile.
Si tratta, infatti, della lotta messa in atto da un gruppo oppresso, come viene definito dall’approccio sociale alla disabilità, una minoranza di potere, che è oggetto di stereotipi negativi e di atteggiamenti e comportamenti discriminatori.
E non è un caso se su un blog che parla di vite “interrotte”, ma che hanno il coraggio di rimettersi in gioco e di ripensarsi, torno a riaccostare questi due poli: la storia delle donne e la storia della disabilità.
 
Storie di donne.. La storia di una donna su cui si è detto tanto.. Forse troppo, ma che per me è emblematica del perchè, nel nostro “benedetto, assurdo, bel Paese”, come lo definisce Guccini, quei concetti stentino a passare dal piano ideale di ciò che sarebbe giusto garantire al piano reale e concreto che di ciò che è impossibile non promuovere e tutelare.
Tiziana Cantone per i suoi carnefici, e non solo per loro, se l’è meritata e cercata. Per chi mostra pietas e sdegno è vittima di tante cose: della forza virale del web, ormai senza freni, vincoli e remore di alcun tipo, di una discriminazione sessista, secondo la quale i conti non tornano mai: ci sono due pesi e due misure e se certe cose le fa un uomo è uno “figo”, se le fa una donna la moneta mostra l’altra faccia e la malcapitata viene etichettata con una serie di epiteti non certo lusinghieri, che anzi mordono autostima e carne ferocemente e non lasciano scampo. O è forse vittima di se stessa, o meglio di quella fiducia troppo facilmente concessa non solo a chi si conosceva poco, ma anche a chi si credeva di conoscere “bene”. Ma, come recita un vecchio adagio: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Una fiducia, trasformatasi in ingenuità, rivelatasi letale.
Tiziana credo sia vittima di tutte queste cose ma soprattutto di un’Italia ipocrita, in cui l’eguaglianza sostanziale verso tutti coloro che sono più “fragili” ed esposti socialmente stenta a farsi strada.
Di un’Italia dove la non discriminazione e la tutela dell’essere umano in quanto tale troppo spesso diventa un’egida, un vessillo da sventolare, ma non un terreno solido su cui camminare quotidianamente.
Tiziana è vittima di un’Italia “cattolicissima”, dove alla luce del sole, di sessualità non si parla e tantomeno le si dà espressione, a meno che questa sessualità non sia “irreggimentata” e declinata secondo canoni e modalità socialmente desiderabili e accettabili.
Ma, dentro il chiuso di una camera e nascosti dalle tenebre gli atteggiamenti cambiano e tutto sembra, e forse è, possibile.
Niente di male apparentemente: in fondo il sesso e la sessualità hanno a che fare con il concetto di intimità. Ed in quella camera si fa entrare solo chi si vuole, l’atmosfera è soft e le luci sono soffuse.
Ed invece no: per un effetto “perverso” quando le prime luci del mattino entrano dalla finestra si corre a postare il video di ciò che dovrebbe appartenere solo a chi ha condiviso quell’intimità su un social network, e lo si rende virale. Occhi affamati guardano e quegli stessi che hanno ritenuto possibile e lecita quell’intimità urlano allo scandalo, additano, deridono, scagliano una e più pietre fino ad uccidere, seguiti da tanti altri occhi e mani che sembrano non aver aspettato altro.
Negli Usa questo fenomeno si chiama  “Revenge Porn”: una vendetta trasversale che si attua quando qualcuno ha trasgredito alle regole del gioco. O è frutto di un “furto d’intimità”, che si realizza quando si vuole conficcare quell’indice puntato fino in fondo al cuore, fino alla radice dell’autostima.
Forse la responsabilità è sempre la stessa: quella di un Paese dove sembra esserci uno lato incolmabile tra uguaglianza formale e sostanziale. Dove le persone senza disabilità tutto sommato vengono considerate un gradino più su di quelle con disabilità al pari di quello che accade agli uomini rispetto alle donne. Dove magari si ha una curiosità “occulta” ed “occultata”, che a volte si spinge oltre i limiti della privacy fino a diventare morbosa, di provare, di sperimentare, di guardare dal buco della serratura o addirittura di spalancare le porte che sono chiuse nel tentativo di proteggerre una legittima intimità. Responsabilità di quel Paese dove l’apparenza, quel vessillo luccicante che sventola alto, spesso e volentieri non corrisponde alla realtà. Ed allora ci si riempie la bocca di parole come inclusione sociale, uguaglianza, integrazione, pari opportunità… ma queste etichette, alla resa dei conti, si sciolgono al sole come le ali di Icaro, come in un sogno.. Si dileguano come un filo di fumo sottile in una giornata di tenue vento.
 
Allora, forse, è più opportuno dire che non il sesso, ma la sessualità, dovrebbe essere una questione pubblica e non meramente privata, o per meglio dire oggetto di politiche pubbliche mirate e serie, che mirino a difendere la dignità della persona e la sua possibilità di scegliere sempre e comunque per la propria vita, al di fuori ed al di là delle spire del pregiudizio.
Solo così non ci saranno più diritti calpestati, solo così si assaggerà la consistenza di una “sostanza” in grado di avviare davvero un cambiamento più profondo, e non solo di scalfire la superficie. Solo così si ragionerà, si agirà e si verrà percepiti come persone a tutto tondo, e non più come “bambole” cui viene cucita addosso un’etichetta: normodotati e disabili, maschi e femmine. Personaggi, e non persone, che si possono mettere all’angolo per giocare con le loro vite se fa comodo o fa ridere.

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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