L’ultimo chiude la porta

Molto spesso quando sentiamo parlare del termine intimità pensiamo subito ai rapporti sessuali, alla frase tipica “Che ne dici se ce ne stiamo un po’… in intimità?” o ad un momento di coccole, abbracci ed effusioni. Ma il termine intimità rinvia a significati, ed atteggiamenti, molto più polimorfi. A ben vedere rinvia alla possibilità di poter scegliere per la propria esistenza. 

E’ come se sulla porta di una stanza si trovasse la scritta “Achtung… da qui non si passa!”. E’ un decidere a chi aprire o meno la porta della propria vita, come ben sottolinea il filosofo Aldo Masullo, di quella parte dell’esistenza che riguarda solo noi, e che vogliamo sentirci liberi di scegliere con chi condividere. In tal senso, il termine intimità ha in sé significati opposti e complementari. Infatti da una parte indica una vicinanza, una prossimità fisica ed emotiva, non a caso i nostri genitori, fratelli, zii e consanguinei vengono chiamati familiari; dall’altra, invece, rimarca, in un certo qual modo, il senso della distanza, di ciò che non ci va di condividere, che vogliamo tenere per noi o per meglio dire vogliamo, o vorremmo, scegliere oculatamente con chi condividere. Non a caso il filosofo Wittgenstein dice che più entriamo dentro noi stessi, nei nostri meandri, e quindi nella nostra “intimità”, più incontriamo qualcosa di poco conosciuto. Solo la presa di consapevolezza può trasformare un’iniziale estraneità verso una parte di noi stessi in familiarità.

Ora però immaginate di non poter scegliere, che la porta della vostra casa, della vostra stanza, il vostro cantuccio venga spalancato e reso accessibile indiscriminatamente a tutti. Come se il lucchetto del diario segreto su cui conservate note e memorie di emozioni, sensazioni, paure e palpiti venga forzato e che tutti i vostri familiari, amici, conoscenti e persino estranei possano leggerlo..La sensazione è un po’ quella di una visita “ginecologica” perenne. Di quelle in cui si è in una posizione (reale e metaforica) di profonda asimmetria e subalternità, mentre voi state sdraiate ed un perfetto estraneo vi guarda dentro e magari chiama anche qualche specializzando, se trattasi di ospedale universitario, per osservare la vostra particolarità, il “caso”, scatenando un senso di profondo disagio. Non a caso, in quel frangente, si cerca di distogliere l’attenzione, di pensare ad altro e ad “altri”. 

 Una persona con disabilità, tanto più se grave e gravissima da non essere autosufficiente, vive spesso una sensazione del genere. Viene toccato e manipolato per la cura quotidiana e la fisioterapia, ma non ha necessariamente scelto il suo interlo-manipolatore e con lui, spesso, non c’è stata occasione di sviluppo di una reale empatia. Anche per chi sta messo “meglio” (uso volutamente un termine provocatorio) non va necessariamente meglio. La disabilità motoria, infatti, porta spesso a doversi appoggiare a qualcuno, se si vuole compiere anche un gesto quotidiano, come attraversare una strada, senza dovervi rinunciare a priori. Questo desiderio di residua autonomia, porta spesso con sè, paradossalmente, una non autonomia su chi far entrare nella proria sfera esistenziale e nella dimensione di contatto corporeo, anche se solo per pochi attimi e minuti.
C’è poi un altro pernicioso inconveniente, che questa volta riguarda il possibile rapporto tra le due metà del cielo. Mettiamo caso, come può accadere, che il nostro “appoggio” ci piaccia e ci “garbi”, come esemplare di “masculin natura”. Stiamo sicuri di aver perso qualunque attrattiva e charme (o quantomeno la probabilità è alta….), facilmente equiparate ad una simpatica vecchietta, che si aiuta ad attraversare la strada o a salire un tignoso gradino.

Si crea così una prossimità fisica che può risultare “artificiosa ed innaturale”. E che spesso porta con sè, proprio malgrado, una innaturale prossimità esistenziale con domande del tipo “Cosa ti è successo? Come mai?”… E  tanti se e ma, cui non si può esimersi dal rispondere, di fronte a chi ci ha permesso, comunque, di superare un ostacolo di vita quotidiana. Capita così che il “tramite” verso una maggiore autonomia diventi un “limite”. E quella sensazione di essere sdraiati sul lettino del medico, sotto la luce artificiale, e sottoposti ad un’osservazione costante e non sempre “voluta” si amplia..

 

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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