Lo spazio della relazione

La malattia rappresenta un inevitabile spartiacque tra il prima e il dopo. E’ quel momento in cui nel corpo avviene un cambiamento involutivo che ne arresta per un periodo più o meno breve la normale allostasi. Prima si sta bene, dopo si è malati. Ora, come in tuttti i cambiamenti, vi può essere una più o meno forte resistenza nell’accettarli e l’intensità di tale resistenza dipende anche da quanto forte è l’opposizione che giunge dall’ambiente circostante: amici, famigliari, curanti. Può capitare, e non di rado, che alla resistenza si aggiunga la negazione come parte integrante della prima o che essa stessa sia un atteggiamento completamente separato. La negazione spinge a rifiutare l’elaborazione del cambiamento, procrastinandone la presa di coscienza, risultando così dannosa piuttosto che uno strumento d’aiuto. Nell’ambito delle relazioni emotive il negare la gravità, la cronicità, l’ingravescenza del male ha per lo più lo scopo di proteggere chi nega piuttosto che colui a cui si nega; non esiste malato, oggi con internet ancor più, che non si renda conto del suo male pur quando la sua psiche tenti di non vederlo.
Nell’ambito invece del rapporto con gli operatori sanitari la negazione non è figlia della resistenza al cambiamento, ma piuttosto è retaggio di un vecchio e paternalistico modo di pensare in cui “io, medico, so cosa è bene per te, paziente”. Spesso invece è conseguenza di un’atavica e becera incapacità comunicativa che troppo spesso si cela dietro la maschera della necessità di difendersi dal sovraccarico emotivo di cui chiunque soffra è portatore involontario e che invece altro non è che l’assenza o “mala educazione” delle proprie capacità umane, incapacità di auto osservazione, sovraccarico di giudizi e pregiudizi, incomunicabilità tra professionisti e, nei casi peggiori, collusione con un sistema che molte volte sbaglia ma che risulta più semplice proteggere per proteggersi.

Quando mi sono ammalato la mia mente era da molto tempo in fuga, e la malattia non ha fatto altro che obbligarla violentemente a ritornare a casa, in relazione cioè con il corpo. In quel momento tutto quello che avevo desiderato era che le persone di cui mi fidavo, fossero esse famigliari o medici, mi aiutassero nell’accettazione e nell’elaborazione di quanto mi stava accadendo, al fine di poter ricostruire la mia vita alla luce di un grande cambiamento che non l’avrebbe resa certo più come prima. Invece il solo a rendersi apparentemente conto che mente e corpo si erano riuniti, e che tanto quanto i miei neuroni perdevano colpi tanto la mia psiche recuperava lucidità, ero io. Ingenuamente credevo che l’effetto che aveva avuto su di me la malattia lo avesse avuto anche su chi mi era vicino. Il rendermi invece conto che coloro da cui mi aspettavo un aiuto facevano di tutto per negare quanto accadeva ed era accaduto creò in me una profonda scissione che solo grazie a qualche fortuito incontro, ed evidentemente ad un inatteso equilibrio, non mi fece uscire completamente di senno.
Furono necessari diversi anni, molti medici, molto coraggio e ostinazione per giungere al punto a cui sono arrivato oggi. Aver lottato con la resistenza al cambiamento, cercando di non perdere mai di vista la narrazione, il punto di vista degli altri “scrittori”, mi ha permesso di arrivare a veder avvenire il cambiamento anche in coloro che mai avrei pensato riuscissero ad agirlo.

received_520649474767830

Sindrome Organica Celebrale Multifattoriale, ossia un “danno” al sistema nervoso centrale del quale non si riesce a comprendere l’origine, la cui prognosi risulta sconosciuta, priva di una terapia, se non atta a controllarne la sintomatologia. L’esserne affetti porta a convivere con l’incertezza e al contempo con la consapevolezza del suo graduale peggioramento. Significa convivere con mostri come Alzehimer o parkinsonismo, ma non averne certezza. Significa scoprire che la propria vescica non risponde più in modo corretto agli impulsi inviati dal cervello. Significa doversi aiutare con ausili sempre più vistosi per camminare. Insomma significa dover essere molto equilibrati per non perdere di vista ciò che conta davvero in nome della paura. Ho vissuto tutta la vita avendo paura di qualcosa, oggi non mi ricordo nemmeno di cosa, forse semplicemente di me stesso. 

La malattia mi ha insegnato la più bella lezione della mia vita: SMETTERE DI AVER PAURA!
L’elemento che però mi ha permesso realmente di evolvere in questo cammino è stato “lo spazio della relazione”, cioè quello spazio in cui la mia narrazione ha potuto intrecciarsi con quella del medico che ha scelto di rendersi partecipe della costruzione del percorso di cura, quello spazio cioè in cui ho potuto non aver più paura di essere giudicato in quanto non ero giudicato ma assistito, quello spazio in cui il medico ha deciso di accettare la sua impotenza e di dare invece tempo alla relazione. Uno spazio in cui il mio pensiero ha avuto tanto valore quanto il suo, e i miei sentimenti tanta dignità quanto i suoi.
Ecco, “lo spazio della relazione” non è un tempo “in più”, ma è cura tanto quanto l’esame obiettivo, o la prescrizione di un farmaco. Io non sono ciò che ero ieri, e domani non sarò ciò che sono oggi, così come il medico che ho davanti, che gli piaccia o meno, sarà sempre diverso. Perciò solo nell’accettazione del cambiamento e nell’accoglienza dell’altrui narrazione vi può essere vera cura, tutto il resto è scienza o incapacità mascherata da scienza.

Grazie perciò a quanti in questo cammino mi hanno regalato il loro tempo e hanno costruito uno spazio di relazione condiviso!

Pubblicato il NeuroDiversaMente | Taggato , , , , , , , , , , | Lascia un commento
Claudio Diaz

A proposito di Claudio Diaz

Sono una persona che grazie alla malattia è tornata in contatto con una realtà dalla quale fuggiva da troppo tempo e che grazie alla stessa ha compreso, nel senso più totale, il dono del presente, del qui e ora. La Vita è un lungo e bellissimo viaggio del quale però troppo spesso non si comprende lo splendore, e solo tramutando un evento drammatico, una crisi, in un’opportunità, potrà essere ri-scoperto. L’opportunità per me è stata quella di riscoprire l’importanza della relazione mente-corpo-spirito e delle mie reali potenzialità, comprendendo che solo attraverso un’attenta osservazione di un evento si può capire la sua mutevolezza e le sue molteplici sfaccettature. Oggi cerco di restituire in qualche modo il tanto ricevuto, dall’esperienza di uomo di 35anni quale sono. Scrivo, fotografo, ascolto e parlo. Non rifiuto più di dire quel che penso, nè tanto meno di ascoltare quel che pensano gli altri. Sono socio di Slow Medicine, e amo chi riesce a guardar prima dentro di sè, perchè solo tramite questo viaggio introspettivo si troverà la chiave di lettura per amare la vita nonostante le storture in cui la realtà ci coinvolge. www.neurodiversamente.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *