La rincorsa per essere normale

Dove eravamo rimasti? Ah, sì, il mio ingresso in prima elementare. Dopo l’asilo, culla dell’innocente spensieratezza, arrivò il periodo in cui ogni bambino inzia a muovere i suoi primi passi nel mondo reale.
Ricordo che il giorno prima del primo giorno di scuola non ero per nulla agitato, credo perchè il mio inconscio pensasse che fosse tutto uguale all’asilo, quindi ero davvero tranquillissimo, ma tutto cambiò quando, poco dopo esser entrato in classe, mi ritrovai subito seduto in prima fila, con mia madre in piedi al mio fianco, mentre le maestre ci davano il benvenuto e iniziavano a spiegarci il programma scolastico. Di tanto in tanto mi giravo, riconoscendo visi familiari, bambini di altre classi dell’asilo o vicini di casa, ma non c’era nessuno di davvero amico. Mi sentivo solo, guardavo spesso mia madre, facevo fatica a capire ciò che dicevano le maestre, tanto che nella mia mente iniziarono a frullare i pensieri più disparati, fatti di domande e riflessioni. Percepivo il peso della mia diversità dagli occhi degli altri genitori e coglievo l’imbarazzo che avevano le maestre a comunicare con me per farsi capire, non erano affatto preparate.
Scoprì poi che mi era stata assegnata un’insegnante di sostegno, per pochissime ore alla settimana, e per carità ora che ci penso Lei era bravissima, ma non preparata al sostegno di un bambino sordo. Passai il pomeriggio col terrore di tornare a scuola, mi sentivo troppo diverso dagli altri, senza riuscire a capirne bene il motivo perchè sentivo abbastanza bene e sapevo parlare. Ma allora cosa mi rendeva diverso?
Fortunatamente, la mattina dopo mi svegliai tranquillo, un pregio questo che mi accompagna ancor oggi, nonostante abbia trascorso una notte tormentata mi sveglio sempre col sorriso. Andai a scuola convinto di me stesso, almeno fino a quando, varcando la porta della mia classe, mi ritrovai tutti gli occhi addosso, puntati dritti alle mie orecchie. Misi la mia mano proprio lì rendendomi conto che erano proprio le mie protesi a rendermi diverso dagli altri, Io che per sentire dovevo prima usare l’interruttore per spegnere e riaccendere l’apparecchio e la rotella per aumentare e diminuire il volume. Tutti i miei dubbi erano svaniti, la verità era davanti ai miei occhi. Seguii poco la lezione, la mattinata volò velocemente e tornai a casa a giocare. Giocando riuscivo finalmente a riflettere, nella mia stanza magica, da solo, essendo figlio unico, potevo trovare la soluzione.
Man mano che i giorni passavano capivo di avere difficoltà a capire quello che diceva la maestra quando si girava di spalle verso la lavagna, ero supportato dalla maestra di sostegno solo quando raramente poteva assistermi, – dicevano che ero in gamba a farcela da solo -, ed i miei compagni erano troppo piccoli per capire come aiutarmi, ancor più perchè, vedendomi diverso, non avevamo ancora instaurato un feeling.
Cercavo di stare al passo dei miei compagni, anche se non amavo molto studiare facevo il possibile per non sfigurare, ma qualsiasi cosa accadesse a me veniva amplificata. Intanto i miei pomeriggi trascorrevano tra partite di calcio con i miei migliori amici, – loro sì che mi consideravano tale -, e la logopedia.
Un giorno qualcosa cambiò, proprio durate l’ora di educazione fisica, quando intenti a giocare a pallone, fui il primo a correre come un matto, dimostrando tutto il mio talento. Da quel giorno gli sguardi strani iniziarono a cessare, arrivarono le prime pacche sulla spalla, i primi batticinque, i primi sorrisi.
Quello stesso giorno, a fine lezione, arrivò la fatidica domanda: “CHE COS’ E’ QUELLA COSA CHE PORTI TRA LE ORECCHIE?” Imbarazzato e confuso non sapevo cosa rispondere, ma il mio sistema automatico di difesa personale mi portò a dire che era un walkman personalizzato, grazie al quale ero l’unico a poter ascoltare la musica. Alla mia risposta seguirono esclamazioni di stupore: “WOOOW, CHE FIGOOOO, LO VOGLIO ANCHE IOOOO!!” Tirai un sospiro di sollievo, anche questa era andata.
Trascorsero così quei primi anni di scuola, anni nei quali imparai a condividere le mie difficoltà e durante i quali strinsi nuove amicizie.
Ricordo che in terza elementare ci assegnarono, come compito di Natale, una poesia da inventare e sebbene io non ero tra i migliori ne inventai una di colpo, in soli 5 minuti. La maestra di italiano appena la lesse corse subito dal preside, e poi a leggerla in ogni classe. La lesse perfino nella serata del canto natalizio davanti a tutti i genitori, dicendo a tutto il pubblico quanto ero speciale. Fui orgoglioso, mi sentivo normale, felice.
Dopo la terza elementare, l’audiovestibologia costruì uno speciale prototipo di microfono, appositamente per me, che la maestra indossava e che io, con una speciale levetta, postavo nel canale uditivo ad esso collegato. Grazie a questo speciale aggeggio elettronico non solo riuscivo a sentire chiaramente la voce della maestra, ma non ebbi più bisogno della maestra di sostegno.
I compagni erano gasati, insieme inventavamo delle interviste, copiavamo i conduttori di Sanremo, o dello Zecchino D’oro. E se per caso la maestra usciva in corridoio, dimenticandosi di toglierlo, sentivo perfettamente ogni cosa che diceva e al suono dei suoi passi, poco prima che tornasse in classe urlavo: “ARRIVAAAA!!” E tutti al loro posto! Mi sentivo davvero un figo!
Era uno strumento prezioso, che mi aiutava, seppure non risolveva al cento per cento tutte le mie problematiche.
In quinta elementare invece, agli esami di fine anno, nella verifica di matematica, che io odiavo tanto, insieme alle espressioni, risolsi con una semplice operazione, sotto lo stupore della maestra di matematica, con cui avevo un rapporto di amore e odio, un particolare enigma, prendendo il voto più alto, mentre gli altri si scervellarono per risolverlo. Quando uscirono i risultati degli esami ero felicissimo. La mia promozione valeva almeno il triplo per tutti gli sforzi che avevo fatto per rimanere allo stesso passo dei miei compagni. La sordità mi aveva permesso di tirare fuori un caratterestica fuori dal comune, la volontà al sacrificio. Mi sentivo davvero speciale.
In quei cinque anni ebbi la fortuna di avere sempre le stesse maestre, che impararono a conoscere me e i miei genitori, di avere una logopedista veramente eccezionale, di avere dei genitori premurosi, che facevano filare tutto liscio, e dei compagni che col tempo capirono il mio handicap uditivo, senza farmelo pesare, aiutandomi, permettendomi perfino di copiare i loro appunti, ed offrendomi sempre il loro supporto.
Ma, l’argomento della lingua dei segni, che usavano i miei genitori, non mi entrava né nella testa né nel cuore, non riuscivo a capire il vero bisogno di impararlo, anche se automaticamente li capivo, come se l’avessi nel DNA.
Ma come tutte le cose belle quei cinque anni trascorsero troppo velocemente, era ormai tempo del mio ingresso alla scuola media… …
Dori Mauro

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