La musica e la sordità

“Staffa è il nome del più leggero e piccolo osso del corpo umano. Sta nell’orecchio e dalla sua cavità passa il sonoro. Altri ossicini accanto hanno nomi di arnesi: incudine, martello. L’ascolto è più officina che sala da concerto. Poi il suono attraversa una serpentina di nome labirinto, trova l’uscita e arriva al cervello, fine della corsa. L’ascolto è un’onda che non torna indietro. Nel corso di lavori scassatimpani ho potuto isolarmi. Nell’osso labirinto del mio orecchio vive un Minotauro che sbrana i frastuoni. Ma se una musica viene da fuori o da dentro, allora le lascia il passaggio, che vada a scorrazzare per il cranio.”
(La musica provata, Erri De Luca)

 

Erri De Luca descrive quell’osso che ci ritroviamo nel cranio, quello che con l’incudine e il martello formano il nostro organo uditivo. Si, quell’organo che ci permette di recepire tutte le vibrazioni esterne e che fornisce al nostro corpo l’input per accogliere le emozioni. Un ossicino che ci permette di essere investiti da un’onda sonora che si trasforma in suono, rumore o frastuono.

Che cos’è un suono, un rumore, un frastuono? 

Suono, rumore, frastuono sono MUSICA che possono essere classificati come se fossero generi: rock, classica, metal, jazz, pop.
La musica è il mezzo che mi ha permesso di salvarmi dal silenzio.
Mi fa sorridere il fatto che gli udenti pensino che solo noi percepiamo le vibrazioni. Si, le percepiamo ma in quanto corpi umani. Le onde sonore le avvertiamo TUTTI solo che magari per noi, le vibrazioni, sono un perno su cui ruota il nostro udire, gli udenti invece le danno per scontate e sembrano quasi non riceverle.

Da adolescente, ho fatto musicaterapia umanistica su consiglio della logopedista e non aspettavo altro che arrivasse il mercoledì pomeriggio per entrare nel mondo dei suoni.
Quando mi chiedevano cosa facessi, spiegavo ogni dettaglio della terapia, ricevendo sempre una domanda “come fai a sentire i suoni se sei sorda? Come distingui le differenze?”.
Stanca di ascoltare sempre la stessa domanda, smisi di dire dove andavo e di raccontare quella terapia che tanto mi entusiasmava. Da quel momento, iniziai a tenere le cose per me, snervata dalle domande generiche delle persone, dagli amici più stretti ai conoscenti. Domande banali che nella loro semplicità possono ferire.

La logopedista insieme alla musicista cambiarono il mio modo di pensare, di agire attraverso delle domande così scontate che mi spinsero a riflettere sui veri sensi dell’ascoltare, sentire e delle parole suoni e rumori. Attraverso le loro conoscenze, la mia documentazione, la mia voglia di avere delle risposte, consentì di allargare i miei orizzonti e scoprì la mia voglia di abbattere le barriere.
Ero convinta che non aveva senso ascoltare la musica in una lingua diversa dalla mia perché se già non capivo la mia lingua originale figuriamoci la lingua inglese. Mi armai di pazienza e di testi delle canzoni, le ascoltai all’infinito e cercai di collegare la parola al suono. Che lavoraccio!

Non è stato semplice, non riesco, tuttora, ad associare molte parole ai suoni; molte le ho riconosciute e adesso vivono nella mia memoria acustica. E come? Con le protesi, con la forza di volontà, con la voglia di conoscere e anche qualche lacrima, perché negarlo. L’aiuto più grande è nato dalle VIBRAZIONI, attraverso esse riesco a riconoscere la stragrande maggioranza dei vocaboli. Adesso, distinguo un suono da un rumore cercando di aiutarmi con l’armonia delle vibrazioni. Ascolto un suono, percepisco delle vibrazioni, allora c’è armonia. Se non percepisco armonia, allora, sto ascoltando un rumore.

Sono convinta che la logopedia abbia apportato grande aiuto alla mia voce, ha contribuito a renderla squillante, gioiosa, acuta e, invece, grazie alla musicoterapia è diventata musicale, armonica.
Riconosco, forse, di essere un po’ fissata con i suoni ma credo che costituiscano il mondo da cui veniamo. Il primo suono lo emettiamo appena usciti dalla pancia. Un pianto non è classificato come un suono? Allora si, sono ossessionata.
Credo che noi sordi siamo fortemente affascinati da ciò che possiamo sentire anche se quello che si riesce a udire è molto soggettivo, legato alla particolarità della persona e al rapporto che si è instaurato con l’interlocutore.

Nel corso degli anni, sono arrivata ad una conclusione. Non si ascolta mai solo con gli apparecchi acustici ma subentra anche il corpo, il timbro, il parlato, l’anima. Quell’anima che ti permette di andare in fondo, di riconoscere e distinguere la musicalità di quella parola.

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Gloria Zullo

A proposito di Gloria Zullo

Difficile definirmi, non amo parlare di me. Studentessa a tempo perso, fuggo dalla realtà per ritrovare i sogni, anche solo per pochi minuti. Da quando ho scoperto i suoni, non riesco più a vivere senza. Mi sento una ragazza come tante, nulla di più, nulla di meno. Vivo in un mondo incantato fatto di sole cose belle. Faccio di tutto per evitare che entri il male. I suoni, sono la cosa che amo di più.

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