La fiamma del cambiamento.

Nei primi del 900, negli USA, iniziarono le prime lotte per affermare i diritti delle donne, con manifestazioni politiche e sociali che le donne stesse mettevano in piazza, coalizzandosi per i medesimi ideali. Nacquero così i comitati di protesta tutti al femminile.
Il 28 febbraio 1909 rappresenta una data storica, tuttavia poco conosciuta, ovvero la prima manifestazione per il diritto di voto in favore delle donne americane, nata per volere del partito socialista americano.
Fu per celebrare quella mobilitazione dal cambiamento epocale che, quel giorno, per volere dello stesso partito socialista, diventò una ricorrenza istituzionale: la giornata internazionale della donna. Una storia sconosciuta a molti nelle sue vere motivazioni.
Un anniversario che noi Italiani definiamo in breve “festa della donna.” Celebrata per la prima volta in Italia nel 1922, nelle prime regioni liberate dal fascismo e con il medesimo scopo politico e sociale di rivendicare i diritti femminili da prima negati.
Il 25 marzo del 1910, nella fabbrica Triangle, a New York, uno stabilimento fu divorato da un incendio, che lasciò 116 morti, tra i quali vi erano numerose operaie immigrate. Storia ufficiale nota al mondo, è la convinzione più comune, che ci si riunisca annualmente per commemorare la fine di quelle sventurate lavoratrici, ma probabilmente solo una leggenda.
Da qui, un fenomeno dilagante di eventi e giornate dedicate al gentil sesso.
E’ verissimo che una vicenda tragica rimane impressa a lungo nella memoria collettiva, o addirittura per sempre ma, riflettendoci bene, la perdita di tante vite non è circostanza da festeggiare, come invece lo è uscire da più di un secolo di imposizione maschile o peggio sottomissione completa, quindi affermarsi nella società, come promotrici di se stesse, tentando di sgretolare i concetti di un retaggio culturale schiavista.
Gesti impavidi, di personalità dai principi incrollabili come rocce, alle quali dobbiamo la gratitudine di averci aperto gli occhi, ammonendo il sonno dell’ignoranza, con segni tangibili di buon senso in azioni pacifiste. Come fecero un gruppo di donne di San Pietroburgo scese in piazza a chiedere la fine della guerra, nella cosiddetta rivoluzione russa di febbraio del 1917.
A seguito di tale rivolta quello stesso anno, durante la seconda conferenza internazionale delle comuniste a Mosca, si scelse istituzionalmente, e definitivamente, la data dell’8 marzo per festeggiare le donne. Fiore simbolo è la mimosa, che fiorisce nello stesso mese.

Fin qui nulla di male, ma ciò che mi sgomenta è come l’avvenimento, nel corso degli anni, abbia perso il suo valore simbolico e, ancor più, il profondo senso di riscatto di donne evolute nella coscienza, ridotto ad oggi a buffet, musica e spogliarelli ridicoli in presenza di uomini prestanti. L’amara verità è che ci lasciamo trascinare da ogni diceria e regola di un sapere sbagliato, che sradica l’origine dei fatti, delle cose e l’onore di scoprirne la bellezza. Ci siamo resi colpevoli, con gesti impropri, di denigrare i nostri diritti civili, etichettandoli e commercializzandoli come beni materiali.
L’8 marzo si festeggia il coraggio, la capacità di tracciare una vita nuova attraverso l’approvazione di leggi che hanno ribaltato la concezione mondiale, leggi come quella del divorzio, del diritto allo studio, dell’ imprenditoria femminile, l’aborto legalizzato e così via, a rendere effettiva la parità dei sessi con gli stessi onori e oneri degli uomini.
Potrei illustrarvi le imprese di volti notissimi, ma sarebbero troppe, anche solo a citarne i nomi, basti pensare che la competizione con le professioni maschili è sempre in progressione.
Oggi, nell’anno 2015, nei tribunali incontriamo di sovente avvocatesse e persino piloti in gonnella o comandanti dell’esercito, ma non basta! Si va’ ben oltre, come la prima astronauta libratasi alla scoperta dello spazio, collegata via satellite con un programma televisivo pochi mesi fa. Possiamo affermare che ormai l’inversione dei ruoli è normalità, in questo nostro secolo che ha spiccato il volo, sovvertendo le gerarchie.
Un secolo avvolto dalla fiamma del cambiamento, dove la cultura avvicina i popoli, ma è anche una contraddizione se la troppa conoscenza  ci fa sentire invincibili, creando un divario tra la cultura letteraria che attira curiosi e studiosi dagli stessi interessi, e talvolta discrimina il popolo, ricco unicamente del suo vivere, gente semplice, definita erroneamente retrograda. Mentre tutto sembra cambiato si continua a giudicare le persone cinicamente nei loro usi e costumi gettandoli nel ghetto. 

Tutto il mondo è paese, il progresso è una dimensione parallela, è l’illusione di aver abolito pregiudizi e violenze, ben nascoste dietro il silenzio di una porta chiusa. “La storia siamo noi”, recita una canzone, e la storia ci rivela che le vittime più frequenti sono ancora le donne. “Il sesso debole”alcuni ci chiamano così, ma lasciatemi credere che la forza è in tutte noi, anche se troppe volte paralizzata dalla paura, quella paura che permette a dei mariti energumeni di commettere soprusi, inorgogliti dalla propria forza fisica, atteggiamento ancor più deplorevole. 
Vite in bilico, soffocate da orchi in giacca e cravatta, dalla parvenza rispettabile, i padri padroni di ieri e stolker dei giorni nostri.
Quanto terrore negli occhi di una moglie incompresa, di una mamma chioccia che si prende le botte pur di proteggere i suoi  bambini. Sopportare per fragilità o per mancanza della scintilla che, mettendo in discussione queste donne e i loro errori, anche se fatti per amore, riaccenda la voglia di vivere ormai sopita dall’abitudine malsana di obbedire alla prepotenza di mariti  e compagni.
Subire per vigliaccheria è il paradosso che traspare a chi vede dal di fuori, tuttavia, le conclusioni, spesso non sono quel che sembrano, poichè serve una forza immane per non arrendersi alla soluzione più facile e mollare la propria famiglia. Si vive nel principio di mantenere in piedi il legame di convivenza ad ogni costo, o di rinsaldare un matrimonio sacro quanto l’amore e la fiducia che ci si promette all’altare.
Il fatto che un marito detti legge e la consorte ci si adegui è considerata devozione quindi, sembra giusto accontentare il compagno e farsi da parte. Un pensiero contorto, l’ennesimo marchio a fuoco radicato dall’educazione dei nostri padri.
Mi chiamerete femminista, non lo sono, ma, in quanto donna, vivo e agisco come tale e comprendo le barriere che ci spingono a reazioni contraddittorie, però la mia lungimiranza non accetta che l’obbedienza cieca si confonda con la devozione.
Respirare, dare ossigeno e voce all’anima, lì dove il pensiero non s’imprigiona per capire che l’amore non pretende e non maltratta, e la devozione vera si riconosce in gesti d’affetto reciproco.
Un applauso alle donne ormai felici, che osano passi nuovi. Un abbraccio d’incoraggiamento a quelle che, da un giorno all’altro, si ritrovano a lottare contro un nemico invisibile e subdolo, una malattia rara. L’organismo viene invaso da microbi e anticorpi, parassiti e figlioletti che lasciano in subbuglio e senza difese, ospiti indesiderati, maleducati da mettere alla porta.
Di colpo si finisce in ospedale attaccate ad una flebo o imbottite di farmaci, mentre i medici continuano a dire. “Faremo il possibile.”
Poi  sorridono a stento e offrono rassegnazione, una sorta d’antidoto per soffrire di meno, ma ci vuole istinto, competenza e soprattutto ci vuole rispetto per l’esigenza di vivere, per il diritto alla salute.
I luminari della scienza studiano e collezionano scoperte, ma le malattie purtroppo triplicano drammaticamente.
Ci si sente perse, a notte fonda nel bosco alla ricerca di qualcuno che venga a salvarci dalla bestia rara con le corna dure e le unghie ben affilate. E urrà a tutte noi, angeli che cercano un sorriso. 

Siamo guerriere faccia a faccia con il nemico, come  la Storia insegna, e sarà veramente la festa della donna, quando verremo rispettate, mai più oltraggiate, e così quel rametto di mimosa simboleggerà la rinascita, come il volo di questa Fenice.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Giusi

A proposito di Giusi

Sono una donna single di trentanove anni, ma in me vive ancora lo spirito gioviale di una bambina curiosa. Non mi ritengo infantile ne poco realista, perchè il dolore lo conosco da sempre, ma oggi lo vivo in modo consapevole come fosse un amico. Può rivelarsi estenuante affrontare una dipendenza fisica dalle altre persone, perchè c'è sempre qualcuno a limitare la voglia di agire e di essere. Forte di quell'esperienza scioccante che mi ha spezzato l'anima un milione di volte, a quella bimba ho insegnato ad asciugarsi le lacrime e diventar donna. Osservo, scovo e domando, sono una piccola ficcanaso dalle buone intenzioni. Mi definisco una raccontastorie, vivo di emozioni a fior di pelle. Un concentrato di pregi, difetti e qualche volta estremi. La bellezza che cerco è dentro me, poichè ciò che resta intorno è un goffo tentativo di vivere, come una funambola a un passo dal cadere nel vuoto. Io voglio aiutare con la mia presenza di spirito, con un ascolto costante e con parole misurate, mai invadenti, perchè anche il cuore più duro si scioglie davanti a un amore discreto.

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