La difficile rinascita di un’identità

Per essere un’araba fenice c’è bisogno di un lavoro durissimo, ma rinascere non è sempre scontato.

C’è una scena del telefilm Grey’s Anatomy che non ha potuto non suscitarmi una serie di riflessioni. 
Grey’s Anatomy è una sorta di dramma corale, ambientato nel microcosmo di un ospedale che intreccia incidenti, operazioni e i destini dei vari protagonisti, che, a rotazione, salgono sul proscenio e le cui vicende umane vengono messe sotto i riflettori, dando loro centralità. 
Una delle storie è quella di due dottoresse: Callie ed Arizona. Arizona, astro nascente della ginecologia, rimane coinvolta, insieme ad altri colleghi, in un terribile incidente aereo, in seguito al quale è costretta a subire l’amputazione di una gamba. Seguiranno momenti difficili per le due compagne e per la stessa vita professionale di Arizona che stenta a riprendersi ed a ritrovarsi nella sua pelle, a riconoscersi nel ruolo e nella persona che era, nl tentativo di riprendere in mano le redini della sua vita.

Ad un certo punto lei confida ad una collega, April Kepner, “Callie vorrebbe guarirmi… Lei era innamorata della persona di prima e non so se lo sia di quella di ora. Per questo l’ho tradita quella notte: ho incontrato una persona che vedeva quella che sono ora ed a cui piacevo. Io ora sono questa e sto bene. Non so se possa essere lo stesso per lei”. 
E’ un passaggio molto importante e significativo, che apre riflessioni ad ampio spettro. Quando una persona subisce un incidente, dalle conseguenze “disabilitanti”, o vive una malattia che lo cambia profondamente nel corpo, di solito chi la circonda dice: “L’importante è che si sia salvata, che sia rimasta in vita”. Ma è davvero la persona che si era prima che una profonda ferita solcasse il corpo, e quindi inevitabilmente anche l’anima, ad esser sopravvissuta? Non sarebbe forse meglio dire che in qualche modo quella persona è in qualche modo morta e che ne sia rinata un’altra, diversa nel corpo ed anche nell’anima? Il corpo, infatti, cambia, o in maniera repentina e dolorosa, come accade, ad esempio, nel caso di incidenti, o in maniera altrettanto dolorosa nel caso di malattie degenerative, con effetti altrettanto dolorosi. La persona dovrà prima di tutto fare i conti con se stessa, e non solo con una sembianza corporea in tutto o in parte diversa, ma anche con un nuovo modo di rapportarsi al mondo fisico, nel modo di fare le cose, ed a quello sociale, nel modo di rapportarsi agli altri,  ma soprattutto alle reazioni degli altri, benché forse, egli senta dentro di sè la medesima forza e la medesima giovialità di prima.

Il paradosso, però, sembrerebbe essere che, nonostante tanti sforzi, queste caratteristiche stentano ad emergere e ad avere il medesimo effetto sugli altri. A questo punto credo che ci siano due fratture con quelli che si era prima, e circolarmente con i propri potenziali interlocutori, entrambe dolorose. La prima nel percepire ed esperire che le nuove persone che si incontrano nonostante un atteggiamento “vincente” non riescano a percepirci vincenti, cosa che forse prima era immediata, vale a dire che c’era un rapporto di più stretta causalità tra le azioni messe in campo e risultati coerenti. – Mi comporto simpaticamente, sono un’istrione a livello sociale, e vengo percepito come tale-. La seconda, che però può fare altrettanto se non più male, nel vedere e constatare che chi si conosceva prima faccia finta di niente, nonostante sappia che qualcosa è inevitabilmente mutato, che continua a rapportarsi con quello che si è stati, ma che ormai è scomparso o sta scomparendo, rifiutandosi ostinatamente di “entrare in relazione”, cioè di riconoscere, la persona che si è diventati, o che si sta, ognuno con i propri tempi, diventando.

Credo che, in ogni caso, ci sia un lavoro duro e progressivo da compiere per tutti i protagonisti in gioco sulla scena sociale e sulla scena dell’anima. Un lavoro mosso da due direttrici. Da una parte infatti, l’attore sociale, cioè la persona che attraversa il cambiamento fisico ed esistenziale, sembrerebbe dover riuscire a guardare dentro di sè elaborando tale cambiamento in un’opera di ricostruzione identitaria, che parte dall’ambito corporeo ma va ben oltre, non priva di “cadute” e difficoltà. Dall’altra egli, parrebbe doversi proiettare nell’agone sociale e relazionale esterno, “vestito”, per dirla con i termini del sociologo Pierre Bourdieu, della sua nuova identità, pronto ad  affrontare ed a “parare” i colpi della delusione che potrebbero piovergli addosso… Una  nuova identità possibile ma non certo scontata.

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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