Infinito Semplice – Felice chi è diverso

13288255_10209990688189614_2144079020_oDa Wislawa Szymborska a Sandro Penna, da Antonia Pozzi a Marco Caporali, poesie, danze e monologhi hanno rotto quel confine invisibile che separa un normodotato da un disabile. Marcello Sambati ha messo in scena “Infinito semplice”, una performance teatrale conclusiva di un workshop a cui hanno preso parte i “Cuori rivelati”. Sono attori, performer, danzatori, pischiatrici e diversamente abili che con una capacità sorprendente mettono a nudo un punto di vista diverso. “(…)Dobbiamo liberarci del nostro punto di vista. Essere solo un punto, senza vista.”, recita la presentazione dello spettacolo, nel quale ciò che è diverso e ciò che viene considerato “normale” si sono mescolati in una rappresentazione emozionante. Luci spente e una birra in mano, osservo l’alternarsi delle poesie e dei monologhi; ai lati del palco stanno in silenzio gli attori in attesa del loro turno. C’è chi trema e poi rompe la propria tensione in un ballo scatenato, chi si contorce con una foglia13334624_10209990688389619_591066918_o secca, chi in sedia a rotelle urla i versi e bacia i compagni per incoraggiarli. Ballano, parlano, recitano, mettono a nudo le emozioni che ci rendono tutti uguali. E noi cosiddetti normodotati pendiamo dalle loro labbra in un religioso silenzio. Entra in scena Paolino, un uomo che a Catania tutti conosciamo per i suoi abbracci e i “Ti voglio bene” sussurrati con un sorriso. E le sue parole ci fanno venire la pelle d’oca “Anche se non possiamo vedere, anche se non possiamo ascoltare, anche se non possiamo capire, tu immagina. Immagina, immaginami.” Una ragazza chiude lo spettacolo con un pugno sbattuto a terra con forza ed è il pugno che arriva a ognuno di noi. Rimbomba, quel suono. Spezza il silenzio ipocrita in cui ci rintaniamo, rompe la compassione e la pietà verso chi non è considerato “normale”. E’ una protesta, è l’affermazione di un’esistenza diversa e che necessiterebbe, una volta per tutte, di pari dignità.

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Bianca Granozzi

A proposito di Bianca Granozzi

Sono quasi medico, all'ultimo anno di questo tunnel infinito che dura sei anni. Ho incontrato tante persone fino ad ora e chissà quante ne incontrerò. Molte di loro hanno lasciato un segno e quando mi è stato chiesto di scrivere, ho colto l'occasione per rendere vivi quegli incontri, tra me, dentro il camice bianco, e gli occhi di chi chiede aiuto. Ho imparato che la maggior parte delle malattie non hanno una terapia risolutiva. Questo può essere frustrante, ma non è questo il punto. Come direbbe Patch Adams: "Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito di una terapia". Dopotutto, la cura sorge solo quando l'esistenza di qualcuno ha importanza per me. Comincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino e delle sue sofferenze.

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