Incontri poco ravvicinati

Incontri ravvicinati tra sessi opposti. Realmente opposti: DisabileVsNormodotato. Il ring? Un letto. Alt, sto correndo un pò troppo, iniziamo da un caffè. No, sto ancora correndo troppo! Freniamo le intenzioni, e anche i desideri. Semaforo rosso, mettiamo in folle! La logica mi porta a dire che una volta scattato il verde potrei schiacciare la frizione, metter la prima e partire. Ma il semaforo non scatta, e non scatta perchè non scatta l’invito! È da un semplice invito che bisogna partire, o – volendo esser davvero precisi – da ciò che dietro a quell’invito che cade nel vuoto si nasconde. C’è chi da la colpa ai pregiudizi, chi invece alla paura del diverso, chi, tristemente aggiungo io, prova addirittura vergogna. Ammetto di averci provato, ho obbligato me stessa a ricercare un senso che possa spiegare la logica che si cela dietro la miriade di luoghi comuni che si accompagnano all’argomento, ma ho fallito nell’intento. Fallimento che credo derivi dalla mia totale incapacità di accettare di dover pensare a ciò che dovrebbe esser del tutto naturale, spontaneo come all’ennesima barriera da abbattere. Nessun sentimento da proteggere, nessun brivido che nasce, nessuna passione pronta ad esplodere, Amore e Sesso per molti disabili sono temi di cui dover dibattere, rappresentano una realtà ignorata, o peggio la corsa, l’ennesima, all’ottenimento di un diritto. Tutto è svilito, da alcuni – c’è chi direbbe troppi – è visto come qualcosa di scabroso, malato, sbagliato.

Ciò che per il disabile rappresenta il mezzo per superare i propri limiti per il sesso opposto diventa il limite supremo, che sia una stampella, una protesi o una sedia a rotelle. Ma davvero basta questo? È davvero questo il limite insuperabile? Perchè se solo mi guardo allo specchio, nuda e svestita di ogni tutore, di ogni ausilio a protezione di questo mio corpo, io vedo una donna. Una donna che ha conosciuto l’amore, che sa cosa si prova quando un brivido corre lungo la schiena e che ancora oggi potrebbe provarlo. Una donna che ha rimodellato la propria femminilità ad una condizione nuova, diversa ma di certo non priva di sensualità e passione. Una donna che può. Io posso sedermi al tavolino di un bar e bere quel caffè, posso passeggiare mano nella mano lungo un viale alberato anche se ad aiutare i miei passi oggi c’è una stampella. Io posso amare, posso ridere di piacere, posso spogliarmi e posso spogliare. Io posso donare baci e riceverli, le mie mani possono regalare carezze e il mio corpo goderne. Io posso fare l’amore come ogni donna di questo strano contradditorio mondo! Posso ma oggi devo spiegarlo. Devo spiegare di poterlo fare, devo dimostrare l’inconsistenza di quei limiti che impediscono a molti uomini di vedere che io sono ancora una donna, che non ho smesso di esserlo solo perchè il mio corpo è altro.

E non che sia sprovvista di parole, o non sappia spiegare e dire, ma è davvero al mio dire che devo affidare tutto il mio essere? Ho imparato a rispondere a tono a domande che suonano più come ad un’offesa e non come ad un vero interesse, ho risposto con fierezza a sguardi che una volta posati sulla mia stampella hanno tradito pena e che fino ad un attimo prima alla vista della mia sola scollatura avevano lasciato intendere un interesse, ho desistito dall’urlare contro a chi al mio ammettere di avere una malattia cronica e degeneritiva mi ha risposto: “Poverina, eppure sei una così bella ragazza!”
E già, povera me, povera davvero, costretta a denudarmi con le parole ancor prima di aver lasciato cadere i miei stessi vestiti, e farlo con il sorriso, mascherando quel pudore che tra le mura di una stanza mi porterebbe a spegnere la luce. Povera me perchè obbligata a ricercarle, a modellarle a un dire che deve dimostrare il mio esser ancora una donna, quando invece io vorrei solo lasciare spazio ai gesti, ai sorrisi, sottraendomi così a quella curiosità malsana, cattiva che spinge l’altro a chiedere, ad insinuare un’incapacità inesistente. Un dialogo che diventa scontro, ma che oggi su quel ring mi vede salire carica di una sicurezza che porta con sè bellezza, femminilità, fierezza e un pizzico di sana malizia. E piena di una vitalità che non conoscerà mai limite alcuno esalterò il mio essere Donna, certa che un giorno da uno scontro prenderà vita l’incontro perfetto. 

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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