Immagina un caffè al ginseng

Oggi non parlerò di nessun paziente.
Io ho un’amica ed è una delle migliori amiche che si possa mai desiderare di avere. L’ho conosciuta perché a entrambe piace scrivere e vedere film.
Non è passato molto tempo e abbiamo creato un legame molto forte, tra racconti, sensazioni, birre, caffè al ginseng, sguardi e risate.
Non è passato molto tempo, e ho imparato come si apre e si chiude una sedia a rotelle. Continuo a non essere troppo brava, ma lei mi dice sempre che il problema è la sedia, non dà mai la colpa a me.
Non è passato molto tempo e ho imparato che esistono le barriere architettoniche e che Catania non è una città a misura di disabile.

Quando noi normodotati camminiamo, non facciamo mai caso agli scalini, ai pali, e alle macchine parcheggiate davanti ad una scivola. Poi, le mie prospettive sono cambiate. Adesso per esempio, memorizzo quanti scalini ci sono prima di un posto che penso le piacerebbe vedere e so che non potrà mai venire a casa mia poiché c’è una intera rampa di scale e lei quelle scale non può farle. Così, prima con un blog, poi in altro modo, noi usiamo l’immaginazione. Io immagino come sarebbe averla con me il giorno della mia laurea anche se lei alla mia laurea non potrà venire. Immagino di potere tornare da “zio Mario” a mangiare le patatine fritte con lei alla guida della macchina e le “sgummate” in circonvallazione con la musica sparata a tutto volume e la mia testa fuori dal finestrino.

Io immagino tutto questo e mi chiedo centomila volte perché questa malattia proprio a lei. Poi, penso di essere fortunata e non per avere due gambe che funzionano e due braccia che funzionano e ogni muscolo che funziona. Io credo di essere fortunata per avere avuto la possibilità di conoscere una sensibilità che mi sarebbe rimasta estranea e tutto un mondo parallelo che mi sarebbe rimasto estraneo. E sogno, che il mondo dei normodotati e il mondo dei disabili sia unico e mi arrabbio quando le persone si mostrano pietose e non vedono dignità nella disabilità.

Tuttavia, anche se mi arrabbio, devo ammettere che questa è la prima volta che scrivo della sua malattia dato che a me piace fare finta che non esista. Questo perché, anche se fingo che non sia così, come tutti i normodotati, io sono vigliacca. Sono stata vigliacca quando mi sono rifiutata di starle vicino perché non avrei mai voluto vederla come una paziente. E’ stato a lungo uno dei miei più grandi terrori, che il medico che è in me venisse fuori e io mi distaccassi da lei in quanto persona e iniziassi a vedere solo la malattia.

E forse questo è solo un grande sfogo, ma io vorrei che non avesse paura di piangere poiché, piangere e arrabbiarsi contro la malattia non significa essere deboli. E non si deve per forza trovare qualcosa di bello e di positivo, non bisogna per forza lottare e fare le persone forti per essere forti veramente. A volte si può anche solo piangere e rompere gli oggetti. Perché dopo le lacrime, torna l’immaginazione e vaffanculo che quella non ce la leva nessuno.

 

 

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Bianca Granozzi

A proposito di Bianca Granozzi

Sono quasi medico, all'ultimo anno di questo tunnel infinito che dura sei anni. Ho incontrato tante persone fino ad ora e chissà quante ne incontrerò. Molte di loro hanno lasciato un segno e quando mi è stato chiesto di scrivere, ho colto l'occasione per rendere vivi quegli incontri, tra me, dentro il camice bianco, e gli occhi di chi chiede aiuto. Ho imparato che la maggior parte delle malattie non hanno una terapia risolutiva. Questo può essere frustrante, ma non è questo il punto. Come direbbe Patch Adams: "Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito di una terapia". Dopotutto, la cura sorge solo quando l'esistenza di qualcuno ha importanza per me. Comincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino e delle sue sofferenze.

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