Il mio paziente preferito

Credo che tutti i medici abbiano dei pazienti preferiti.
Questo non significa che non ci prendiamo cura di tutti nel modo migliore possibile, tuttavia vediamo così tanti malati al giorno che spesso ci dimentichiamo le facce, i nomi, le patologie.
E’ impossibile ricordarli tutti, ci sono momenti in cui, anche per non crollare come persone, ci distacchiamo emotivamente da quello che facciamo. Entra in gioco un meccanismo di difesa impossibile da contrastare, se no saremmo tutti in burn-out.
 
Tuttavia, ci sono alcuni pazienti che rompono questa barriera, ci sono degli “innamoramenti” a prima vista, delle storie che diventano le nostre storie, degli sguardi che ci fulminano.
Il mio primo “amore” si chiama Pino.  
L’ho incontrato la prima volta una mattina di febbraio. Dopo averlo visitato, ho parlato a lungo con lui per raccogliere l’anamnesi e l’ho guardato negli occhi. Aveva gli occhi un po’ rossi, come chi ha appena pianto. In pronto soccorso, gli avevano riscontrato delle metastasi epatiche, piccole palle tonde in tutto il fegato. Toccava a noi capire da dove partiva il tumore.  
 
Non mi interessa stare qui a parlare di ingiustizia, di quanto può risultare incredibilmente sbagliato che un uomo di 50 anni si ammali di una malattia così grave. Questo non ha importanza, risulta persino superfluo. Sono qui a parlare del mio paziente preferito, di come la mattina dopo mi ha salutato dicendo “Buongiorno, dottoressa Bianca.”  Vi voglio raccontare di come mi ha sussurrato all’orecchio “Oggi l’ho visto che arrivava in ritardo, ma non si preoccupi, non lo dico a nessuno.”
Però non trovo le parole per descrivere i sorrisi, gli sguardi rassicuranti che cercavo di infondergli, il suo cercarmi con gli occhi appena entravo nella stanza per ricordargli, ogni giorno, che non era solo. “Per fortuna che c’è lei”, mi ha detto una volta. E non avevo fatto niente di speciale. 
 
Quando è arrivata la diagnosi di tumore del pancreas, non sono riuscita a guardarlo. Ascoltavo il mio professore liquidare in due parole la diagnosi, in modo asettico, distaccato. E non riuscivo ad alzare lo sguardo.  
Qualche ora dopo, l’ho trovato con la moglie in lacrime nel corridoio. Mi sono seduta accanto a lui e gli ho preso la mano, in silenzio. Pino mi ha guardato, ci siamo fissati negli occhi e mi ha fatto molte domande e io ho cercato di rispondere a tutto quello a cui potevo rispondere. Gli ho anche detto che finché non arrivava l’istologico non potevamo prevedere che tipo di tumore fosse. E lui mi ha chiesto “Come ha capito che ci serviva una parola di conforto?” E io gli avrei voluto rispondere che so cosa significa stare dall’altra parte, il terrore dell’ignoto, la ricerca di qualche speranza, e gli avrei voluto dire che mio zio è morto di tumore del pancreas il giorno del mio compleanno di otto anni fa. Mi sono limitata a dire “L’ho capito. Ora vado a casa, signor Pino. Ci vediamo domani.”
 
E non lo so cosa mi ha fatto il mio paziente preferito ma sono scoppiata in lacrime davanti a un bancomat qualche ora dopo, per poi asciugarmi il volto e soffocare tutto il mio dispiacere.  
Ho imparato che esistono pazienti che fanno piangere e che sono impossibili da cancellare.  
Pino, per me, è stato uno di questi.

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Bianca Granozzi

A proposito di Bianca Granozzi

Sono quasi medico, all'ultimo anno di questo tunnel infinito che dura sei anni. Ho incontrato tante persone fino ad ora e chissà quante ne incontrerò. Molte di loro hanno lasciato un segno e quando mi è stato chiesto di scrivere, ho colto l'occasione per rendere vivi quegli incontri, tra me, dentro il camice bianco, e gli occhi di chi chiede aiuto. Ho imparato che la maggior parte delle malattie non hanno una terapia risolutiva. Questo può essere frustrante, ma non è questo il punto. Come direbbe Patch Adams: "Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito di una terapia". Dopotutto, la cura sorge solo quando l'esistenza di qualcuno ha importanza per me. Comincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino e delle sue sofferenze.

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