Il tuffo e la scelta

La mia famiglia è una di quelle famiglie strambe del sud italia dove la nonna chiede sempre se hai fame e gli altri parenti, non curanti della tua età, continuano a chiamarti “a picciridda”. La Sicilia ci ha cresciuto, scalfito e ferito. L’affetto riusciamo a dimostrarlo bene solo con parole dialettali, non conosciamo altri modi e non sembra importante per noi impararne di nuovi.
La colonna portante è stato il nonno, un uomo posseduto dalla “sicilianità” ma dall’aspetto per niente meridionale: alto, biondo e con gli occhi azzurri. La nonna, calabrese doc, ancora oggi con una sua foto in mano ci mostra la giovane bellezza di quell’uomo raccontandoci quanto fosse desiderato. Lo fa con la malinconia di una moglie che ha perso il marito ma con l’orgoglio di averlo avuto accanto per 57 anni.
Era un uomo rispettato per il rispetto che dava agli altri: il fatto che qualcuno fosse diverso da lui, o avesse idee ed opinioni diverse dalle sue, non lo faceva sentire superiore e quindi libero di poter giudicare perché mio nonno amava e continuò a farlo fino alla fine. Raddusano di nascita e catanese d’adozione ben presto cominciò a marinare la scuola. Imparò a nuotare proprio in una di quelle mattine, lanciandosi da uno scoglio senza sapere come restare a galla. Lo fece per evitare che i suoi compagni lo buttassero giù contro la sua volontà. In acqua credette di affogare, ebbe così tanta paura da sentire il bisogno di urlare che se mai fosse morto i suoi vestiti dovevano essere riportati alla madre. Si spaventò, ma così cominciò ad amare il mare. Mio padre imparò allo stesso modo: si buttò spontaneamente, così che tutto sembrasse una sua scelta. All’inizio, pensando ai loro tuffi,  provavo invidia per il coraggio che avevano avuto e che credevo non potesse appartenermi. Solo dopo la vita me ne mostrò la bellezza. 

Successe quando persi parte della libertà di scelta e per esistere dovetti agire affinché potessi riprendermela. Volevo riaverla e non importava come. Karl Jaspers diceva:<<Soltanto attraverso la scelta io realizzo autenticamente la mia esistenza, poiché sono io a decidere nell’attimo irripetibile che mi viene incontro. Non mi lascio decidere dagli altri o dalle situazioni, ma piuttosto conquisto il mio tempo in modo da realizzare l’esser che è mio proprio>>.  In una società in cui le capacità del corpo sembrano più importanti delle capacità della mente, i disabili finiscono per pagarne le conseguenze. Quando infatti è l’assenza di limiti a fare l’essere, chi di limiti ne è pieno diventa egli stesso un difetto. 
Inaspettatamente, ripresi a scegliere il giorno in cui provai i miei primi tutori nonostante potessi ancora fare senza. La dottoressa disse, anche se con parole diverse da queste, che bisognava accettare quello che sarebbe stato prima che tutto diventasse una vera costrizione, un bisogno davanti al quale non avrei più potuto chiudere gli occhi. Bisognava caricare l’arma e prepararsi ad usarla: così, quando fosse arrivata la paura, immobile e senza esitazione, avrei sparato. Non si trattava di preparare il corpo, perché lui avrebbe imparato di conseguenza, ma semplicemente di scegliere di riappropriarsi dell’unica cosa che possiamo controllare, la mente. Riconoscersi il diritto di desiderare e volere di nuovo se stessi. 

Vedete, l’essere umano ha tanti diritti quanti sono quelli che ognuno di noi ha il dovere di riconoscere agli altri e tra questi c’è il diritto di prendere coscienza dei propri limiti e di avere poi qualcuno che ci insegni a superarli. Questo concederebbe ad ogni disabile la possibilità di autodeterminarsi.
Non dobbiamo dimostrare a noi stessi e agli altri che la mente è più importante solo perché è per noi più conveniente non avendo un corpo ben funzionante o sexy da offrire, ma perchè è l’unico elemento che può permetterci di capire che un limite coscientemente scelto a volte ci aiuta a superarne di più alti. Non crederò mai che questo significhi arrendersi perchè la resa ti fa fermare. Ho scelto di tuffarmi e cadere dentro una minore libertà perchè volevo essere io a decidere quando dovessi essere colpita e ferita. La paura e il dolore sono arrivati lo stesso e ho dovuto sparare e ricaricare più di una volta, ma volevo darmi la possibilità di scegliere il momento, volevo sentirmi libera di soffrire e avere il tempo di abituarmi alla sofferenza. Volevo rischiare di annegare quando ero abbastanza forte per nuotare e capire come avrei potuto sopravvivere quando sarei stata derubata della mia forza.

Lo farò per sempre e “si moru puttatici i vistiti a me matri!”.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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