Il sonno della ragione

Una costante nella mia esistenza, una certezza che mi ha dato la forza di affrontare i momenti più difficili, una convinzione innata e non acquisita, non costruita attraverso l’elaborazioni di letture o vissuti, ma radicata nel cuore ancorchè nella mente, nello spirito più propriamente, è stata quella di sapere che c’era un senso, una meta, una luce!
Ho sempre saputo, non so dire come, perché o da dove arrivasse questa sicurezza, che nulla di quanto accadeva fosse casuale o che non servisse. Sapevo che alla fine di tutto ci sarebbe stata la redenzione, la gioia. Sapevo che ogni dolore, ogni prova, ogni umiliazione non erano fini a sé stessi, ma avrebbero, ad un certo punto, acquisito significato.
I tasselli si sarebbero insomma incastrati alla perfezione, ma questo poteva accadere solo quando anche l’ultimo tassello fosse stato in mio possesso, o meglio, dato che i tasselli sono sempre stati in mio possesso, quando anche l’ultimo avesse preso posto nella riscrittura del racconto.
Si tratta di qualcosa di ancestrale, d’inspiegabile, forse si chiama consapevolezza. La consapevolezza che si comincia a costruire sin dalla nascita registrando informazioni, eventi, parole, frasi, immagini, emozioni che, forse – non a tutti succede – un giorno, a seguito di un evento traumatico, si metteranno in fila, e una storia del tutto diversa prenderà forma restituendo dignità, libertà, forza e prospettiva.

Viviamo in un mondo in cui ogni cosa che non rientri perfettamente negli schemi socialmente costituiti deve essere etichettata e trattata, curata, normalizzata, socializzata, ambientata, rasserenata.
Oggi, alla luce di questa consapevolezza, mi chiedo quanto questo senso di superiorità di una società fondamentalmente emotivamente mediocre, una società succube, schiava, silente, pavida non sia la causa di tutto il dolore che inonda il mondo. Mi chiedo come si sia potuti arrivare al punto in cui delegare a personaggi, il cui unico titolo sono pezzi di carta conquistati chissà come, la decisione di dirci cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia bene e cosa male, come educare un bambino che non risulti piatto come la maggioranza degli altri.
Questa società cerca di spegnere ogni luce per nascondere nell’oscurità la propria bassezza e per protrarre ad oltranza il proprio subdolo controllo. Famiglie intere hanno subito la ghettizzazione, la vergogna, il senso di colpa e hanno “ucciso” i propri figli riempiendoli di psicofarmaci solo perché “diversi”.
Ah, che tristezza vivere in un mondo che non si accorge di come solo la diversità sia fonte di domande, curiosità e crescita, e che la “normalità” di una piatta abitudine generi il “sonno della ragione”!
Abbiamo finito col delegare qualunque cosa a chiunque! Abbiamo finito col decidere di non decidere! Abbiamo formalizzato le nostre paure accontentandoci di uno smartphone e di pochi euro l’ora per lavori depersonalizzanti. Abbiamo lasciato andare ogni forma di comunicazione e condivisione in nome della noia, del piattume, della paura di esporci, di confrontarci. Abbiamo ceduto ad una società dove un manipolo di decerebrati può tranquillamente insultare chiunque mostri provenire da sé qualcosa che metta in discussione le convinzioni indotte e decise da altri.
Mandiamo nelle scuole i nostri bambini sapendo che dovranno subire il tentativo di appiattimento che in primis la scuola e poi i gruppi di figli di genitori disconnessi da sé stessi cercheranno d’imporre in ogni modo, quasi questa sia la loro missione, e chi lo sa, forse lo è. Forse loro sono la metà nera del Tao, e il compito di tutti colore che invece hanno subito questo becero tentativo di schiacciamento è proprio quello di lottare per riaccendere in loro la parte di bianco che comunque posseggono.
Non si deve più accettare che il genio venga spento in nome dello standardizzato. Non si può più tollerare che le diversità vengano ghettizzate a favore di una pericolosissima deriva di uniformità. Scivolare nello stereotipo è davvero facile, nei luoghi comuni. Tutte le donne sono troie. Tutti gli uomini pensano solo a scopare. Tutti gli autistici sono stupidi. Tutti gli immigrati sono criminali. Tutte le persone malate sono un peso. Ci portiamo dietro il peso di secoli di banali e stupide convinzioni costruite sulla frammentazione dei ruoli, quando dovremmo semplicemente accorgerci che non esiste altra separazione che tra Bene e Male! Tra condivisione e isolamento! Tra luce e ombra. Tra ascolto e rumore. Tra Verità e menzogna.
E questo non è manicheismo, no! Questo semplicemente è sapere che ogni essere umano porta in sé i due poli e se è reso consapevole saprà quale scegliere. Questa è la sola guerra che esista da sempre, e chi è ai vertici lo sa bene. Vanno scalzate queste persone e lo si può fare, lo si sta facendo proprio seminando Consapevolezza, Verità e Com-passione.
Non sarà facile, ma io sono certo che “alla fine vince sempre il bene!”

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Quando ero piccolo mia madre trascorreva molte ore con me a giocare, a inventare, a fantasticare, a leggermi storie e favole, a cucinare, nonostante le sue profonde ferite interiori e la malattia che molto presto aveva cominciato a consumarla.
Così facendo mia madre mi ha salvato. Certo, poi sopraffatta dal dolore, dall’impotenza, dalla stanchezza ha compiuto degli errori, ma, come diceva qualcuno, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
Mia madre mi ha concesso il più grande dono che un essere umano possa concedere ad un altro, mi ha regalato la fantasia e la conoscenza. Mi ha regalato la possibilità di non essere schiavo. La possibilità, sì, perché l’essere o meno schiavi comunque poi è una decisione personale, che però non a tutti è concesso di prendere. E’ necessario che siano state fornite le giuste armi, i giusti strumenti, le giuste informazioni, che al momento opportuno serviranno a rompere le catene e lasciar fluire l’energia nella direzione in cui essa da sempre ci chiede di andare. Non so se mia madre mi abbia fatto questo dono consapevolmente o semplicemente perché così le era stato insegnato, ma ciò conta molto poco, nulla direi, ciò che conta è che lei abbia tramandato la luce, sia riuscita nonostante tutto a veicolare il messaggio, a far sì che giungesse ad un altro essere!
Mia madre ha assolto alla sua missione e lo ha fatto nel modo più eroico che io conosca!

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Claudio Diaz

A proposito di Claudio Diaz

Sono una persona che grazie alla malattia è tornata in contatto con una realtà dalla quale fuggiva da troppo tempo e che grazie alla stessa ha compreso, nel senso più totale, il dono del presente, del qui e ora. La Vita è un lungo e bellissimo viaggio del quale però troppo spesso non si comprende lo splendore, e solo tramutando un evento drammatico, una crisi, in un’opportunità, potrà essere ri-scoperto. L’opportunità per me è stata quella di riscoprire l’importanza della relazione mente-corpo-spirito e delle mie reali potenzialità, comprendendo che solo attraverso un’attenta osservazione di un evento si può capire la sua mutevolezza e le sue molteplici sfaccettature. Oggi cerco di restituire in qualche modo il tanto ricevuto, dall’esperienza di uomo di 38 anni quale sono. Scrivo, fotografo, ascolto e parlo. Non rifiuto più di dire quel che penso, nè tanto meno di ascoltare quel che pensano gli altri. Sono Referente per il Veneto di AIVIPS - Associazione Italiana Vivere la Paraparesi Spastica Ereditaria, sono socio di Slow Medicine, e amo chi riesce a guardar prima dentro di sè, perchè solo tramite questo viaggio introspettivo si troverà la chiave di lettura per amare la vita nonostante le storture in cui la realtà ci coinvolge. www.neurodiversamente.org

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