Il mio amore è poesia: Gennaro Morra ed i suoi versi della carrozzella

Il musicista e compositore Ezio Bosso sottolinea come lui sia un uomo con una disabilità evidente in mezzo ad uomini con disabilità “nascoste”, ma non meno gravi, ed aggiungerei pericolose.
Di fronte a questa affermazione ed al suo indiscutibile talento, che fa correre, con maestria e delicatezza, le sue mani tremanti sui tasti bianchi e neri del pianoforte, il teatro Ariston “vien giù” per i tanti applausi e le lacrime scorrono a fiumi, a partire dai membri dell’orchestra.
“Non basta commuoversi di fronte all’episodio che ha per protagonista una persona con disabilità. Bisogna rispettare concretamente i disabili ogni giorno. E non solo loro. Tutte le cosiddette fasce deboli”.
A parlare è Gennaro Morra, classe 1972, figlio della Città delle Sirene, Napoli, tetraparesico della nascita.
Lui le barriere, fisiche, mentali ed emotive, le conosce bene. Conosce il rispetto “di circostanza”, quello apparente, e quello reale, vivo e vissuto. Conosce i graffi e le ferite sulla pelle, e le carezze che sanno risollevare l’anima dal più grande dolore, che morde carne e coscienza.
Ad accomunarlo a Bosso, oltre ad una diversità che “marchia” l’aspetto fisico, anche il senso di libertà sprigionato dalla poesia, che per Bosso nasce dalle note, per Morra dalle parole. Una libertà che fa librare al di sopra della grettezza mentale che troppo spesso attanaglia la compagine sociale e che affranca dai propri stessi limiti fisici.

Erving Goffman, padre della microsociologia, comprende ben presto l’importanza di avere un testimone della propria esistenza, uno specchio in cui riflettersi. Ma ammonisce: “Questo specchio dev’essere tale da rimandarci un’immagine veritiera e realistica, solida e positiva”, altrimenti tutta l’impalcatura su cui si forma e si regge il nostro sé ne risulterà profondamente compromessa ed infragilita.
Ma se il nostro specchio in molte occasioni si dimostra incapace di rimandarci un’immagine positiva, negandoci quell’amore che “move il sole e l’altre stelle”, cosa succede?
Gennaro MorraCe lo racconta, con immediatezza e vividezza Gennaro Morra nel suo libro di poesie “I versi della carrozzella”.
Amore, rabbia, desiderio, paura, coraggio, sono la cornice di questa tela poetica. La lente inevitabile attraverso la quale Gennaro Morra guarda il mondo è quella della disabilità. Ognuno ha una sua lente. Pensare di non averla è pura illusione e ci espone a vari rischi ideologici, come ci ricorda l’economista Karl Marx.
Nei suoi versi, il cui titolo strizza l’occhio al libro, ed omonimo film, “I diari della motocicletta”, l’autore, al pari del giovane Che Guevara, ripercorre ben vent’anni della sua vita, mostrandoci senza filtri le sue fragilità, quelle che, nietzscheanamente, lo rendono “umano, troppo umano”, ma anche i suoi tanti punti di forza, quelli che, per dirla con le parole di Bosso, lo rendono “un uomo evoluto”. E’ un’analisi swot tradotta in versi, che traccia le tappe di un percorso esistenziale in cui ognuno di noi può, guardarsi come in uno specchio, assumendo nuove insospettate consapevolezze.
Ora lasciamo la parola a Gennaro, che sa far volare con le parole, come recita l’hashtag che si sta diffondendo a macchia d’olio sui social network.

Un viaggio di parole il tuo. Quanto è lungo e quali tappe ripercorre?
Alcune poesie sono state scritte anche vent’anni fa. Sono testimoni di un percorso. Alcune, che ho selezionato per raccoglierle in questo libro, sono abbastanza lunghe. Altre ho deciso di scartarle, perché frutto di uno stadio di consapevolezza ancora troppo “acerbo”, come testimoniato da parole troppo ingenue, di scarso valore letterario. Nelle poesie rifluisce, come una linfa vitale, il mio rapporto con la disabilità e con il mondo che con essa si pone a confronto.
Protagonista di questi versi è l’amore negato. Questo non vuol dire che io assolutizzi la mia esperienza personale. Infatti, non escludo, che altri possano aver avuto esperienze felici, il classico happy end.

Napoli e la disabilità. La città a volte è protagonista: a lei dedichi ad esempio Partenope, altre volte è co-protagonista che occhieggia sullo sfondo. Ma è sempre lei, costantemente presente…. Com’è il vostro dialogo?
Il mio rapporto con la città è di amore e di rabbia. C’è un malinteso duro a morire sui disabili. L’immaginario collettivo, nutrito dai film, ci rimanda l’immagine di uomini e donne, perfetti fisicamente ma che stanno seduti… semplicemente. La realtà è molto diversa. Innanzi tutto non esistono solo i disabili in carrozzina. La disabilità ha mille volti e mille storie. Sicuramente non siamo identificabili con l’omino in carrozzella del contrassegno H.

A chi hai dedicato questo libro?
Alle donne che ho amato ed a quelle che “almeno un po’ mi hanno amato”. Da quello che ho potuto sperimentare, il sentimento d’amore per una persona con disabilità c’è e può esserci nel cuore di una persona, anche normodotata. Ma c’è difficoltà ad instaurare un rapporto amoroso. A trasformare un sentimento in una relazione di qualsivoglia tipo. C’è paura: oggi è molto complicato mettere in piedi una relazione anche per persone normodotate. I nostri sono tempi in cui si scappa dalle responsabilità e nell’immaginario collettivo instaurare una relazione con una persona con disabilità significa caricarsi sulle spalle una maggiore incombenza.
Esiste un’immagine delle persone con disabilità molto mediatica. E’ quella del disabile in sedia a rotelle dotato di una certa autonomia. E’ un’immagine in qualche modo “vincente”, amplificata dai media. Poi ci sono i disabili “di serie B”. Quelli che hanno maggiori problemi a livello fisico, che non hanno l’autonomia che servirebbe nella vita, come nel mio caso.

E la sfera della sessualità come viene vissuta?
Penso che sia difficile per un normodotato rapportarsi con un disabile nella sessualità. E’ complicato “vivere l’affettività” anche per questo. A livello virtuale, c’è molto più coraggio, mentre nel reale c’è molta più ritrosia, anche nell’avere un rapporto occasionale.

I tuoi versi sono perlopiù in italiano, ma attingono anche a piane mani dalla lingua napoletana. Come mai questa scelta stilistica?
Spesso mi ritrovo “a pensare” in Napoletano. Il Napoletano è particolarmente musicale, per certi versi scrivere in Napoletano è più facile, con effetti di grande intensità ed immediatezza. E’ molto più semplice creare rime e ricorrere a parole troncate ed accentate. E non lo ritengo un freno alla comprensibilità ed alla diffusione della mia poesia. Penso ad esempi illustri come Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, il bacolese Michele Sovente, o, per il romanesco, Trilussa.

Napoli nel cuore e sulla pelle. Com’è il tuo rapporto quotidiano con questa “femmina” affascinante, ma spesso vittima di trascuratezza ed incuria?
Parlare di rapporto quotidiano è eccessivo purtroppo (ride). Direi più che altro settimanale, dato che esco perlopiù nel weekend. E’ un rapporto complicatissimo, come quello che si instaura con una donna che si ama, ma che ci si nega e si fa beffe di noi. Napoli è una città morfologicamente complicatissima. Soprattutto il centro storico, ricco di bellezza, mistero e tutto da esplorare, è costellato di basolati e se si cerca di percorrerlo si rischia continuamente di cadere dalla carrozzina. Però non posso negare che sia un rapporto affascinante, Partenope è una continua esplosione di musica, odori e colori.

Pensi che le cose possano cambiare… migliorare?
Ormai non ci credo più. Oggi ho una visione molto più disincantata e non penso che Napoli possa cambiare più di tanto. Ci ho creduto fortemente negli anni ’90, quando ho scorto ed inseguito i segni di un grande fermento, con l’ingresso del nuovo sistema elettorale e l’elezione diretta del sindaco. Poi, come molti, ho patito i morsi della disillusione, nati da troppe promesse non mantenute. Napoli è leopardianamente una città matrigna per i suoi figli, ma una cosa è certa: se impari a vivere a Napoli, puoi sopravvivere ovunque.

I versi della Carrozzella arriva a ben sei anni di distanza dal tuo libro d’esordio “All’Ombra della grande fabbrica”. Qual è stato l’input decisivo per dare alle stampe, in un contesto editoriale difficile, le tue poesie?
In realtà non mi aspettavo, quando è uscito il mio primo romanzo, che sarebbe passato tanto tempo prima che la mia seconda opera vedesse la luce. Il mio è, in qualche modo, un libro “a richiesta”, nato anche grazie ai tanti amici che mi hanno esortato a non disperdere le mie poesie sulle bacheche dei social network, come ricordo nei ringraziamenti. Ho scelto di pubblicarlo, però, con un sistema di self publishing. Infatti, la mia esperienza con il primo editore non è stata particolarmente positiva. Non mi ha sostenuto neanche un minimo nella distribuzione e non sono mai riuscito a sapere il reale numero di copie vendute. Ma questo non vuol dire che bisogna arrendersi di fronte alle difficoltà. Se ci si crede davvero una strada la si trova. La poesia… la scrittura… è come l’amore: bisogna avere il coraggio di viverli fino in fondo, nonostante le delusioni cocenti e gli incerti. E poi… la fortuna aiuta gli audaci!

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Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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