Il libro di facce e le identità riflesse in un contrassegno

Quando incontriamo una persona questa può accendere in noi un livello più o meno alto di curiosità, di voglia di scoprirla. 
A volte può capitare sia un livello molto basso, magari perché non è abbastanza attraente, collocata al gradino giusto nella scala sociale, perché non fa un lavoro affascinante e non frequenta il giro giusto. Così quella persona può essere “schiacciata” in una categoria preordinata, come se fosse un curriculum a cui le Agenzie per il lavoro appongono il bollino nero del non “appetibile”.
Ecco che la bilancia delle emozioni tende a zero…
Altre volte invece si impenna verso l’alto e sentiamo che abbiamo voglia di viverla, di entrare in reale intimità con lei, di lasciarle varcare a sua volta la soglia del nostro mondo più interno, di scoprirne i lati più nascosti, quelli che di solito non mostra, e magari cela dietro strati di ovvietà ben assestate.

Poco attraente, poco vincente a livello lavorativo, non inserita nella cerchia di amicizie e conoscenze, o posta ai suoi margini. Poco “appetibile” emotivamente quindi. Goffa, perche’ costretta a guardare il mondo da seduta o in bilico su stampelle, bastoni o tutori. 
Ecco come appare ai più la persona con disabilità. Un’immagine stereotipata supportata da quello che dicono e ci fanno vedere (o non vedere) i mezzi di comunicazione. Ma se noi per primi non facciamo uno sforzo in più per entrare davvero in relazione con lei, lasciando andare le corazze difensive e liberandoci dalle aspettative, tenendo davvero conto che anche in lei albergano paure nel rapportarsi a noi, e che da ambedue le parti facciamo i conti con la paura del giudizio, non andremo molto lontano. 
Gli psicologi quando parlano di una nuova relazione parlano subito dei pericoli insiti nel crearsi troppe aspettative ed anzi dicono che la cosa più salutare e “salvifica” sarebbe non crearsene nessuna. Perché l’aspettativa, con il suo carico di tutto ciò che abbiamo incontrato prima e ci ha deluso ed amareggiato e con tutta la speranza di aver trovato quello che ci è sempre mancato e che desideriamo ardentemente (a livello amicale, amoroso e familiare), finisce per farci mancare al vero appuntamento con la ventata di novità che un incontro potrebbe portare nella nostra vita. L’aspettativa “soffoca” l’originalità che ogni persona porta dentro di sé, semplicemente perché è una persona diversa da noi e non l’abbiamo mai incontrata.  Ma se già ci aspettiamo e prefiguriamo qualcosa, tracciando a priori le tappe di un possibile percorso, finiamo per riempire la distanza tra noi e l’altro, come qualcosa di già visto e sentito, chiudendo le porte alla meraviglia dell’imponderabile e dell’inaspettato che, nel bene e nel male, ci può arricchire emotivamente, arrivando a cambiare radicalmente, ed a volte anche bruscamente, la nostra visione del mondo.Se ci rinchiudiamo nella torre d’avorio delle nostre certezze e nella gabbia dorata delle nostre paure, il monolito ingombrante del disabile, l’individuo – massa che identifichiamo con l’omino in carrozzina che appare sui segnali di parcheggio non verrà mai sostituito dall’essere umano reale nella sua complessità e con le sue mille sfaccettature. 

Se le aspettative soffocano la conoscenza reale, e nel caso delle persone con disabilità si trasformano in paure perchè esse rappresentano ciò che non vorremmo essere, in ogni caso perdiamo l’arricchimento che può derivare solo da una conoscenza reale, da un avvicinamento vero. Rimane uno pseudo rapporto di superficie nutrito di like ed emoticon, o una possibilità mancata di conoscenza e di apertura alla diversità. Ed a questo punto privi di reali relazioni ci sentiremo sfigati, perdenti, vittime del destino avverso ed orfani di amore ed interazioni sociali che nutrano la nostra anima. Tutto resterà a livello di una curiosità superficiale e “vuota”. Dal canto suo la persona con cui andiamo ad interagire non percependo un reale interesse, ma anzi una chiusura, non si sentirà libera, di mostrarsi pienamente ed esprimere la propria essenza. Solo se ci esponiamo davvero potremo dar vita, nel bene e nel male, ad un reale contatto con l’altro, permettendo a quest’ultimo di farsi conoscere e di suscitare in noi stupore e meraviglia per tutto quello che non ci aspettavamo, per il non detto e non visto (anche sopportando il rischio che quello che vedremo e scopriremo possa non piacerci). 
Paradossalmente, invece, proprio a causa delle nostre pressanti aspettative abbiamo comunque fallito comunicativamente ed emotivamente. Ci resta tra le mani l’ennesima icona, un simulacro vuoto. Un pregiudizio di partenza, un giudizio che si forma prima di avere davvero la possibilità (o la voglia) di entrare in contatto con qualcosa e qualcuno, e che prescinde da una conoscenza reale. Noi immaginiamo di sapere già cosa aspettarci e quello che pensiamo, che una cosa o una persona sia o debba essere, plasma la realtà, producendo quella che la sociologia chiama “profezia che si autoadempie”.
Ma quello che ci aspettavamo di trovare coincide davvero con quello che una persona è?
Quando la persona non coincideva con la nostra immagine aprioristica di qualcosa di desiderabile o quantomeno accettabile abbiamo davvero permesso a noi stessi di andare oltre una prima fase di selezione superficiale, o non “ce la siamo invece raccontata”, dicendo di averci provato, ma essendoci preclusi, nella sostanza dei fatti, di far spazio a qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato dentro di noi? 

Ecco perché Facebook con il suo gioco di “specchi” ed identità “gridate” e condivise va tanto per la maggiore, forse…
Il risultato è davvero desolante. In questo libro di facce, di superfici, a noi non interessa conoscere chi sia davvero l’altro e parimenti all’altro non interessa sapere chi siamo noi. Un menefreghismo reciproco nascosto dalle parole e dalle immagini condivise, dai like, dalle frasi sagge che si rimbalzano da un profilo all’altro con un semplice click, di emoticon felici o tristi e di cuoricini dispensati in abbondanza.
E’ la cosiddetta battaglia a somma zero in cui perdono tutti…
Sicuramente perdono la battaglia di una relazione profonda le nostre emozioni, che sono lo strumento principale attraverso il quale il nostro mondo interiore e quello esterno entrano in contatto, arricchendosi e modificandosi a vicenda.

Tania Sabatino

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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