Gnegnegne

Quando ero piccola avevo l’abitudine di scrivere : “Piacere, mi chiamo Federica Pace” oppure “Ciao a tutti, io sono Federica Pace” – non so chi fossero quei tutti, forse erano tutte le mie me -. Lo scrivevo ovunque: sull’ultima pagina dei quaderni, sui post-it che teniamo vicino alla televisione, sulle pareti di legno della mia camera, sul banco di scuola dopo che la professoressa di italiano aveva pianto leggendo del Conte Ugolino; sul diario segreto con la convinzione che tanto lui sarebbe sempre stato lui ma io no, sarei potuta diventare qualcun altro o forse anche nessuno. Sicuramente non ero io, non Federica, altrimenti non mi sarei sentita in dovere di presentarmi anche alle pareti di casa mia.

Mi sono presentata alla porta d’entrata come se avesse potuto impedirmi di tornare a casa oppure uscirne, come se avessi un qualche tipo di dovere nei suoi confronti. Piantata sui miei due piedi a papera, ancora fermi, con lo zaino pesante sulle mie spalle larghe e ancora forti, una matita tra le dita lunghe della mia mano destra a scribacchiare sui dubbi della mia esistenza fisica, ho scritto con educazione “Piacere, io sono Federica Pace”. La porta l’ho comunque aperta da sola.

Non ricordo quando ho smesso, quando il mio nome è diventato mio o comunque ho accettato che lo fosse. Non ricordo se è stato quando non ho avuto altra scelta che essere qualcuno. Qualcuno che non fosse soltanto il gene GNE difettoso. Non lo so se è stato quando ho scritto per un blog e ho scelto come pseudonimo: Nonostante Tutto. Qualcuno nonostante tutto e tutti, me nonostante quella parte di me che a volte diventa preponderante anche dove in fondo non c’è. Non lo so se è stato quando mi sono detta che se nella mia vita ci deve essere dell’egoismo almeno che sia il mio (ho ancora qualche difficoltà a mettere in atto questo proposito).

Il paradosso è questo: trovare se stessi quando si smette di esserlo, quando sei acqua che deve iniziare il processo di solidificazione. E divento acqua tre/quattro volte l’anno: sarà colpa del buco dell’ozono. Divento acqua più di notte che di giorno, quando tutto quello che mi sta intorno sembra troppo diverso, troppo altro, e la quarta parete si materializza tra me e il mondo mio e altrui. Quando si intromette tra me e un bacio e un abbraccio accennato che diventano di cristallo. Mi trasformo in vortice senza essere una Sailor e distruggo tutto. Divento acqua quando vince GNE e la porta di casa, i muri, i cassetti, i libri, le parole diventano roventi. La mie firme diventano roventi come se io fossi Tu Sai Chi con il naso e i capelli. Ma poi mi solidifico, a volte a intermittenza, e raccolgo Federica seduta su una lastra di ghiaccio e ripenso che posso trovare modi e modi per poter esistere. La quarta parete cade, il bacio e l’abbraccio non rischiano più di rompersi. Farò i conti sempre con un GNE che in fondo, se ci pensate, può essere un divertente gnegnegne. 

Non scrivo più chi sono sui muri né sulla porta, oppure sui fogli, disegno delle foglie in realtà ma solo su dei fogli, ne verrò a capo un giorno. Non ho bisogno di presentarmi, di essere educata, sanno chi sono, mi vedono, sanno quello che posso fare, cosa faccio e cosa sono riuscita a fare e io vedo me e poi vedo loro e faccio gnegnegne.

Federica Pace

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