“Fuerza”

Dipinsi il viso di un inchiostro strano quel giorno: il giorno che chiamai, tra me e me, punto di ripartenza.

Intinsi abbondantemente le dita in una specie di melma nera dai poteri misteriosi e tracciai una diagonale con un movimento deciso dell’indice della mano, partendo dall’angolo esterno dell’occhio e scendendo piano in direzione delle labbra; prima a destra, e poi a sinistra. Spiritualmente pronta e indossati i segni distintivi della combattente, abbassai la maniglia della stanza in cui mi accingevo ad entrare.

Era spaventoso ciò che stavo per fare. Il cuore prese a battere all’impazzata e, nel giro di poco, mi sembrò di avere macigni pesantissimi accatastati sul petto, ad ostacolare il mio avanzare; ma non c’era scusa, né impedimento che potesse fermare il mio incedere, stavolta. Dentro quella stanza circolare, nel bel mezzo del mio cammino, la corda che descriveva il mio vivere si era impigliata a qualcosa di importante, rimanendone annodata stretta. Mi ero resa conto che, senza tornare indietro a sbrogliare quell’unico ma essenziale nodo, non avrei avuto mai abbastanza spazio per raggiungere e prendere ciò che ormai era perfettamente distinguibile in lontananza.

Pa-pam, pa-pam, pa-pam: mi concentrai solo sul battito del cuore alternato al respiro, mentre mi decisi a fare ingresso in quell’ambiente ostile.

Passo, cuore, respiro. Passo, cuore, respiro. Passo, cuore, respiro.

Mi stavo calmando quando, all’improvviso, come se qualcuno avesse spinto simultaneamente verso l’alto tutti gli interruttori della stanza, fui sopraffatta da luci accecanti che provenivano da entrambi i lati, lungo il mio cammino. E, un attimo dopo, iniziarono le voci. Voci inequivocabili. Si trattava di tutte le parti di me che invocavano il mio aiuto, perché non sapevano a chi affidarsi per liberarsi dal loro purgatorio senza fine: quello nel quale le avevo lasciate, poichè convinta di non avere le spalle abbastanza larghe per loro; perciò, le avevo ignorate, invitandole tacitamente a scomparire, senza che esprimessero mai la ragione della loro esistenza.

La strada davanti a me ormai era sgombra, tranne che per quella stanza, nella quale qualcosa di importante era rimasto irrisolto. Dovevo portare a termine anche quella missione; senza distrarmi, senza errori. Fu il preciso momento in cui realizzai a che servisse con esattezza l’inchiostro di cui mi ero impiastricciata il viso: deteneva la magica facoltà di permettermi di attraversare posti impervi senza mai distogliere lo sguardo dall’obiettivo. Acquistarlo mi era costato diversi anni di sacrifici, però capii immediatamente che li valse tutti quanti.

Mi spostai con passo rapido, fredda e decisa, nonostante le voci di tutte le piccole me stessa che cercavano di trattenermi, disseminate qua e là; aiutata dal fatto che quel baccano – che un tempo, quando non conoscevo la mia direzione, mi avrebbe spezzato il cuore in infinitesimi frammenti, bloccandomi – si fece sempre più ovattato… sopportabile; forse per effetto dello stesso inchiostro che mi consentiva di guardare solo avanti a me.

Ecco il nodo. Proprio di fronte all’uscita della stanza.

Mi piegai sulle ginocchia e, con tutta la forza che avevo, cominciai a tirare fortissimo, facendo leva sull’estremità più sporgente del groviglio. Di lì ad un intervallo di tempo imprecisato, finalmente riuscii a sciogliere quel cappio ostinato e, con un balzo, fui subito in prossimità  dell’ultima porta che ancora mi separava dalla libertà. Stavo per afferrare la maniglia che mi avrebbe condotto via di lì, quando una lacrima pesante rigò una delle diagonali scure sul mio viso… non potevo fingere che “loro” non esistessero. Mossa da un impeto incontrollabile, levai il nero dal viso e mi voltai, pronta a vedere tutto ciò che era stato parte di me. Mi sedetti a gambe incrociate al centro della stanza, muovendomi a scatti con le gambe, in senso antiorario, simile ad un compasso in procinto di chiudere un cerchio perfetto.

Ad ogni lieve spostamento del corpo, incontrai una “me” e allungai la mano e sorrisi ad ognuna di loro.

Sorrisi e tesi la mano: a Bimba che comprava dolcetti e li offriva alle altre bimbe, come promessa damicizia; a Dodicenne accovacciata per terra, avvinghiata all’ennesimo diario imbrattato di lacrime e inchiostro; a Sedicenne sfinita dalla disperazione, che, in posizione fetale, guardava fisso il muro bianco della sua prigione; a Diciassettenne che pranzava alle sedici su una panchina, dopo la scuola, con un panino al formaggio comprato per strada; mentre realizzava che, con tutta probabilità, le sarebbe toccato prendersi cura di sé da sola per sempre; a Ventenne che festeggiava il natale fumando una sigaretta per calmare il respiro, vagando alla ricerca di una spiegazione al senso della sua vita; a Ventiquattrenne che constatava, con evidenza ormai scientifica, che non sarebbe stata compromessa solamente da un’infanzia di merda, bensì anche da un fisico guasto; a Venticinquenne che tentava goffa di adattarsi al fisico guasto, cercando di non pensare che avrebbe potuto perdere qualcosa ogni giorno; a Ventiseienne che capiva che lo Stato in cui viveva la stava silenziosamente condannando alla dipendenza e all’omologazione alla sua malattia. E, con cuore spezzato, si arrendeva. Ed, essendosi arresa, viveva per inerzia. E, vivendo per inerzia, si allontanava da sé; dubitava di sé. Si isolava. Continuava a perdersi in un fitto, denso, buio, che tranciava in due ogni bussola che tentava di mandarla via da quello spazio letale.

Sorrisi e tesi la mano a Trentatreenne che, illuminata da provvidenziale parvenza di sesto senso intelligente, ricominciava, a piccoli sorsi, a dare qualcosa di se stessa agli altri, accorgendosi che quel sé era inesauribile; ma stava da qualche parte intorno a lei e non lo vedeva, non lo riconosceva come suo. A trentaquattrenne e trentacinquenne, che avanzavano con passo sempre più veloce, facendo a pezzi ogni transenna che delimitava le zone a bassissima probabilità di accesso.

Fu quello l’istante, in cui Io (Trentaseienne) mi alzai da terra e, sospinta dalle mani riconoscenti di tutte quelle persone, uscii dalla stanza finalmente integra… intera; e conquistai il mio punto di ripartenza.

La linea dell’orizzonte apparve nitida e disegnò la possibilità reale, che un giorno, mettendo un passo dinanzi all’altro, da quel preciso punto in poi, sarei stata libera.

Ph Max Gasparini

Pubblicato nella Biglie Sparse | 2 risposte
Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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