Eutanasia: la Morte come rispetto per la Vita?

Da poche settimane il lungo dibattito etico-giuridico sul diritto all’autanasia è tornato a chiedere disperatamente la decisione finale. Una decisione che decreti  la libertà di poter scegliere di se stessi dall’inizio alla fine, quella libertà di scelta per la quale l’Associazione Luca Coscioni lotta ormai da anni.

La storia che forse conoscerete ma che voglio raccontarvi lo stesso, è quella di Dominique Velati. Un’infermiera di 59 anni,  che a settembre si era vista diagnosticare un cancro al colon. Nonostante un intervento chirurgico e la chemioterapia, Dominique scopre che il cancro si è diffuso al fegato e che le metastasi stavano moltiplicandosi velocemente, così nel pieno delle sue facoltà decide di scegliere di se stessa e di assolvere a tutti gli obblighi burocratici necessari per poter disporre della propria vita. Dominique sceglie di andare in Svizzera e morire.
Nell’intervista rilasciata il giorno prima della sua partenza per Berna, Dominique appare stanca ma invasa da una serenità che rischia di pietrificare. E’ la serenità di chi ha accettato che quello che per tutti è destinato a finire stava finendo anche per lei, e che adesso, ci voleva il coraggio di scegliere prima che tutto diventasse più insopportabile di quanto non fosse già.
La sua scelta si chiama “Eutanasia attiva volontaria” e in Italia costituisce reato.

La Costituzione pur non facendo esplicito riferimento alla conservazione della vita dal suo inizio biologico alla sua fine naturale, ci dà un’idea abbastanza chiara di quanto questa venga considerata preziosa. Basti pensare che la tutela della vita viene inserita tra i diritti inviolabili dell’uomo  come il “diritto dei diritti”. Accanto a questo però, la nostra carta costituzionale, riconoscendo il principio della libertà di cura, stabilisce che <<nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento se non per disposizione di legge>>. A garanzia di ciò si pone il libero, spontaneo e consapevole consenso del paziente.
Specifica inoltre che anche un trattamento sanitario richiesto dalla legge <<non può, in nessun caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana>>, assicurando così al malato la possibilità di rifiutare trattamenti sanitari che, inefficaci,  comporterebbero solo un ulteriore degrado della sua dignità personale.

Ciò su cui si discute ormai da anni è se sia possibile considerare il diritto di opporsi alle cure come un diritto in grado di estendersi fino alla “pretesa” di lasciarsi morire o al “diritto all’eutanasia”.
Il progetto di legge n. 2350/2009, approvato dal Senato della Repubblica durante quello che conosciamo come caso Englaro, <<riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza ….fino alla morte accertata nei modi di legge>>. La concezione assolutista e indisponibile della tutela della vita fa sì che si rifiuti categoricamente la possibilità di riconoscere al malato terminale il diritto di richiedere trattamenti di eutanasia attiva o anche omissiva, e viene poi precisato che <<l’alimentazione e l’idratazione… sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento>>. Quindi il paziente terminale non può in nessun caso sottrarsi ad esse.
Il cosiddetto “fine vita”, ha messo quindi a dura prova la profonda relazione fra vita e diritto alla salute, creando una contrapposizione recisa tra chi vede la morte come quel limite da non superare e chi, di fronte a chiari, gravi ed irreversibili stati di malattia, vede in questo limite un limite alla vita stessa.

Ognuno di noi è libero di poter decidere di se stesso ma fino ad un certo punto, ed è giusto che sia così se le mie scelte rischiano di compromettere la vita di qualcun altro. Ma se non fosse così? Se la mia decisione fosse dettata da una profonda e radicata consapevolezza? Se avessi una malattia che piano piano continua a rendermi inesistente? Una malattia che mi ha già strappato via tutto, che mi lascia viva ma senza vivere. Se ad un certo punto fossi costretta a scegliere? Non tra la morte e la vita, ma tra la morte e il letto, i tubi, l’immobilità o ancora peggio, lo stato vegetativo, perchè non dovrei poter ammettere di essere stanca e voler morire?. 

Un amico mi insegnò, forse senza accorgersene, a riconoscere alla vita il giusto valore. Un valore inquantificabile ed inestimabile, tanto da renderci complesso accettare di poter decidere di porvi fine.
Lui mi insegnò che il senso si trovava anche in cose piccolissime, come riuscire a bere l’acqua: “Bere l’acqua è bello”, mi diceva.  Aveva la Distrofia Muscolare di Duchenne.
Una sera mi scrisse di provare una paura indescrivibile ogni volta che sentiva che qualcosa non andava, accadeva spesso dopo l’ultimo ricovero. Era stanco di avere paura e non era più sicuro che sarebbe stato in grado di resistere la prossima volta che avrebbero dovuto portarlo in ospedale d’urgenza, mi diceva: “Io amo la vita ma so anche che questa non è più vita”.
 
Lo sognai una notte. Gli facevo una sorpresa, lo raggiungevo in un bar della sua città. Non ero malata nel sogno, così gli sorridevo da lontano e mi avvicinavo a lui correndo, lui mi guardava e rispondeva al mio sorriso. Ricordo che rimasi a fissarlo per un momento lunghissimo dentro un tempo piccolissimo, poi mi abbassavo e gli davo un bacio sulla guancia.
Quella stessa notte lui  morì e io piansi anche se lui non avrebbe voluto. Piansi ricordando tutto quello che era riuscito a regalarmi e mi consolò l’idea che forse, in un certo qual modo, aveva avuto la possibilità di scegliere e che quella scelta non fosse sintomo di disprezzo verso la vita,  ma un profondo ed incomprensibile atto d’amore. Un atto d’amore e di coraggio verso quella vita che aveva tanto amato e che nonostante tutto era riuscito a vivere.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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