Quelle etichette cucite sul cuore delle persone

Avete presente le etichette che troviamo all’interno dei vestiti?
Quelle che servono a ricondurre un capo di vestiario ad un brand o a comunicare sin da subito di cosa è fatto affinchè le persone abbiano subito le istruzioni su come trattarlo?

Quelle stesse etichette, troppo spesso, le cuciamo addosso alle persone.

La nostra struttura sociale di appartenenza, sin da quando nasciamo, secondo quanto ci insegnano i sociologi, ci dice, attraverso il processo educativo, come sono i nostri interlocutori. Un modo per sapere subito come comportarsi con loro, senza perdere tempo. Un modo per tracciare confini e cesure, alzando un muro tra noi e loro.

Per sapere come “muoverci”, risparmiando al contempo energie mentali e non interrogandoci troppo, quando un altro essere umano, uno a cui la società ha dato l’etichetta di “sbagliato”, “perdente”, “deviante”, prova a guardarci negli occhi per farci cogliere le sue vere caratteristiche e, in definitiva, i frammenti di una comune umanità, al di là delle differenti condizioni esistenziali, spostiamo lo sguardo, lo posiamo altrove, su idee preordinate, su un ordine, di cose e persone, che ci tranquillizza. E così facendo chiudiamo il cuore.

Siamo umani troppo umani ed in quanto tali ugualmente legittimati ad esistere e portatori di coacervi di potenzialità, ma anche di fragilità che ci portano a cadere ed a farci male. Proprio la consapevolezza di una comune radice, di una condizione ugualmente transitoria e soggetta a precarietà esistenziale, del fatto che ognuno ha limiti e debolezze, ma anche un variegato universo di potenzialità e di bellezza, dovrebbe aiutarci ad avvicinarci, in quello che Andrea Canevaro definisce un processo di umanizzazione, che trasforma i confini da muri in sentieri in grado di unire.

Ma riuscire a riconoscere nel nostro interlocutore un frammento di noi stessi vuol dire avere il coraggio “andare controcorrente”, di rompere i ponti con la visione dominante ed andare oltre l’etichetta.  Quell’etichetta che in qualche modo ci “protegge, perchè  ci “salva” dall’incertezza della scoperta e dalle incognite insite in un reale incontro con l’altro.  Vuol dire riuscire a guardarlo dritto negli occhi, rispecchiandosi in essi e riconoscendo, appunto, una parte di noi stessi, magari quella più fragile ed esposta, anche se questo avrà come risultato un battito in meno al cuore ed il sanguinamento di una ferita che, pur nascosta, duole.

Ci vuole coraggio e proprio per questo spesso continuiamo a cucire etichette su etichette, appiattendo gli altri individui, soprattutto quelli maggiormente lontani dagli standard, dai modelli, che ci hanno insegnato essere “vincenti” e “giusti”, in categorie anguste. E così rinchiudiamo, fino a soffocarle, anche le nostre stesse emozioni, come gli uccelli da gabbia o da voliera di cui parla lo scrittore Andrea De Carlo.

Pubblicato nella La Scelta di Essere Io | Lascia un commento
Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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