Diversamente Abili, Abilmente Donne!

Una di quelle cose che si è presa la malattia, e attenti bene che per molte donne è qualcosa di assai importante, e lo è anche per me che ammetto comunque di non esserne mai stata più di tanto ossessionata nemmeno in passato, è la possibilità di indossare scarpe con il tacco. Ho dovuto dire loro addio ormai molti anni fa, ancor prima che i miei passi iniziassero ad accompagnarsi ad una stampella. Ricordo perfino l’ultima volta che li ho indossati. Hanno fatto onore ad un vestito color magenta, uno di quei vestiti che sai già indosserai poche volte ma che ti regali perchè una volta indossato pensi sia stato fatto per te. E oggi nonostante sia tutto diverso, nonostante il mio corpo sia segnato dai lividi e da ossa sporgenti e assai più delicate mi concedo di riprovarlo e per un attimo quella sensazione ritorna. Riesco a dimenticare ogni no, tutte quelle negazioni che dal finire di quel giorno avevo dovuto accettare fino a che gli occhi non finiscono su i miei piedi. Tutto ciò che vorrei è poter riprendere le mie decoltè dall’armadio, ma so di non poterlo fare e mi sento impazzire. La verità è che non ti ci abitui, sentirai scendere quelle lacrime che ti bruceranno gli occhi davanti lo specchio, sentirai la tristezza e la frustrazione montarti dentro ma non varrà a nulla lo sforzo di respingerle, avranno la meglio. È uno di quegli addii che tornano, che vorresti non ripetere più ed invece torni puntualmente a farci i conti. Non è indubbio la mia femminilità, razionalmente non penso di essere meno donna senza quel tacco che slancia culo e anima, perchè un tacco è al nostro ego che fa bene, non alle nostre gambe, ma farà ugualmente male, e lo farà in modo cattivo e sfacciato. Davanti ad uno specchio la razionalità svanisce, sbeffeggia anche la più testarda sicurezza interiore. E non importa se sarai vestita, se avrai il coraggio di guardarti davvero allo specchio ti ci vedrai nuda. Nuda e vulnerabile. E in questi momenti sembra tornare tutto, il passato, tutto ciò che non mi è più concesso, i ricordi quelli belli e spensierati, attimi che credevo aver accettato che non tornassero più e che invece rivorrei con tutta me stessa. Dietro l’indossare quei tacchi c’è un tutto che è difficile riuscire a spiegare. Ci sono passi liberi, ci sono movimenti che non sei costretta a controllare, c’è sensualità e sguardi che guardano solo te, privi di quella compassione e di quegli interrogativi che oggi leggi negli sguardi altrui. E tutto questo mi manca, mi pesa e mi costa ammetterlo, ma mi manca ogni piccola fottuta sciocchezza che sapeva di banale normalità. Lo trovi un altro modo, l’ho trovato da anni, adesso il mondo lo guardo sotto un’altra prospettiva, ho inventato nuova felicità e piccole illusioni ma perchè negarlo mi ci incazzo con la vita, e vorrei gridarle: “Perchè? Perchè ti sei portata via tutto? Perchè non mi hai dato nemmeno il tempo di abituarmi a quell’idea, perchè continui a prenderti parti di me senza lasciarmi nulla che non si debba poi scontrare con la diversità?” Per quanto duri questi momenti di umana debolezza mi riportano in un certo qual modo a quella dimensione comune a tutti, dove perfino la disabilità sembra sparire, eppure stonano, cozzano con quella stessa forza che mostro davanti alla malattia. Ed è proprio questo a farmi sentire sciocca, il sentirmi vinta da ciò che appare un semplice vezzo e non invece di fronte all’ennesima amara verità che si accompagna alla mia cartella clinica. Eppure davanti alla malattia noi mostriamo quelli che sembrano essere super poteri, quelli che fan dire agli altri: “Invidio il tuo coraggio!” E a noi rispondere spesso abbassando gli occhi: “Non dire così, troveresti la forza anche tu.” Ed è forse per questo, per questa “responsabilità” verso gli altri, per quel nostro non voler deludere nessuno di chi ci ama che davanti ad un vezzo al quale dobbiamo rinunciare finiamo per sentirci sciocchi. Noi siamo quelli indistruttibili, quelli che vedono il bicchiere sempre pieno, che stravolgono tutte le prospettive e sorridono. Sì, noi siamo questo ma siamo anche esseri umani, con le nostre tristezze, con i nostri piccoli comuni dolori e a volte serve anche noi finire per soffiarci il naso per quella che poi, dopo un bel respiro, definiremo l’ennesima cazzata a cui siamo stati costretti a dire addio. E sapremo anche riderci tra quelle lacrime e abbozzare un’espressione sensuale e sicura davanti quello specchio perchè, alla fine di tutto, siamo sì diversamente abili ma sempre Abilmente Donne!

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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