Disabilitazione: un processo che cerca di togliere valore alle persone

Spesso ci si interroga, almeno io lo faccio e l’ho fatto, su cosa sia effettivamente la disabilità.

La classificazione ICDH degli anni ’80 la riconduce ad un danno organico (menomazione), che comporta la possibilità di un regime ridotto di attività in più campi, con la conseguente ricaduta sociale dell’handicap, cioè l’incapacità di conformarsi all’aspettativa (sociale) di ruolo.
La classificazione ICF del 2001, che cerca di conciliare la classificazione ICDH e la teoria sociale della disabilità, sostiene che, come nella costruzione di un puzzle, bisogna incrociare morfologia corporea, ivi inclusi eventuali danni multiorgano, disposizioni individuali psico-emotive, che permettono di reagire al danno organico e di adattarsi all’ambiente fisico e sociale, e reazione di tale ambiente, che può essere inclusiva ed includente o escludente ed estromissiva.
Detto in parole povere: non si può ignorare il danno organico. E’ molto importante, però (anzi più importante) come la persona reagisce e quali risorse adattive mette in campo e la risposta, come in un gioco di specchi, del suo contesto sociale e relazionale, che è il fattore che può mettere in scacco l’esclusione, favorendo un processo di integrazione o, al contrario, favorire una marginalizzazione dell’individuo, attraverso un ambiente poco favorevole, o addirittura profondamente sfavorevole, alla sua presenza e l’attivazione di processi di stigmatizzazione, cioè di pregiudizio e di “marchiatura” negativa dell’individuo considerato un ospite indesiderato, da mettere (e mantenere) all’angolo.
A ben vedere processi di marchiatura di questo tipo non hanno riguardato, e non riguardano, solo le persone con disabilità.
Secondo il sociologo inglese Tom Shakespeare il medesimo processo di disabilitazione ha riguardato molte categorie a “rischio” di maggiore fragilità sociale: dalle donne agli immigrati, passando per i padri single.
Di esempi in cui il contesto svolge un ruolo disabilitante o, al contrario abilitante, limitando o valorizzando l’espressione delle potenzialità dell’individuo, potremmo farne tanti, ma ho scelto di prenderne uno che emerge da un passato che è sempre presente e come tale può insegnare e far riflettere.
Quello di Artemisia Gentileschi, una delle poche donne pittrici di un seicento misogino, ipercattolico, giudicante e profondamente punente verso ciò che appariva ed era giudicato diverso e non conforme alla norma (concepito come sinonimo di sbagliato e non avente diritto all’esistenza), dove alle donne non era riconosciuto e permesso nulla e dove, quindi, la possibile esistenza di capacità e talento femminili nettamente superiori a quelli di molti uomini era indubbiamente una presenza scomoda.
Una donna che Orazio Tassi, amico e collega del padre, cerca di rimettere al suo posto, nella geometria sociale, attraverso uno stupro.
Ieri come oggi, però, la donna da vittima diventa colpevole. E’ lei la sgualdrina. E’ lei ad esserselo cercato, con l’intento poi di screditare e rovinare un pittore eccellente.
Sia nel libro La passione di Artemisia di Susan Vreeland sia nel film-documentario Artemisia: un’artista sotto accusa (che ripercorre vari momenti cruciali della sua vita) viene messo in evidenza come il peso dello stigma e di un contesto ostile cerchi a più riprese di disabilitare la donna, tarpandole le ali e distruggendo il suo dono fatto di pennellate di colore vigorose e profondi chiaroscuri, capaci di regalare profonde emozioni. 
Le reazioni sembrano andare tutte in una medesima direzione: da quella della donna che, al suo ritorno a Roma, dopo aver saputo chi sia revoca il fitto della stanza, poc’anzi accordato, all’uomo che definisce lei e sua figlia puttane, senza dimenticare lo scrivano di palazzo Pallavacini del Cardinal Borghese che la insulta chiedendole se dipinga sgualdrine e le chiede provocatoriamente se è tornata a Roma alla ricerca di un altro bello stupro.
Nonostante i momenti bui, dove persino un piatto di minestra e di pane e brodo diventano un lusso e la voglia di cedere allo sconforto è tanta, Artemisia resiste, riuscendo a trovare, in ambienti spesso socialmente molto ostili, spiragli di umana comprensione, valorizzazione e stima e rinvenendo negli occhi di alcuni, in mezzo allo sguardo di deprecazione di tanti, la capacità di guardare e di saper vedere, restituendole la consapevolezza di chi lei veramente sia.
Occhi che tutti dovrebbero poter trovare. Occhi in cui rispecchiarsi per riconoscersi e riconoscere il proprio valore.

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Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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