Del fUtile

Davanti allo specchio mi reco quasi furtivamente, lo sguardo basso.

Poi, lo sollevo di colpo, per controllare che esso riveli ancora la luce sopravvissuta alle battaglie. È essenziale.

Mi trattengo ancora lì in piedi, di fronte alla mia immagine. Di solito, inclinando la testa verso destra, raccolgo una ciocca di capelli e mi ci nascondo un po’ il volto. Con un guizzo repentino della coda dell’occhio, mi rivolgo di nuovo alla figura che sento il bisogno di conoscere di più.

La piccola curva sul naso, le labbra prominenti e la fossetta sul mento. Ora è la mia mano a sfiorarmi, a percepire perfettamente i contorni del corpo, a sentirne ogni particolare. Non è cosa scontata per questa malattia… il sentire. Avete mai riflettuto su quanto sia indescrivibilmente potente la sensazione del tocco? Toccare se stessi, gli altri; essere toccati. Lo posso fare anch’io… Ma ora non voglio distrarmi da questo mio ricco istante di intimità: ho intenzione di memorizzare tutte le mie imperfezioni, per riconoscermi e valorizzarmi; per non lasciarmi andare e darmi per scontata mai.

La malattia è un’idea che scelgo di applicare o meno a ciò che vedo, e lo stesso vale per gli altri: qualora decidano di scorgere in me un’idea loro; oppure un calcolo rispetto ad un preconcetto di normalità, che costituisce un limite rispetto a qualcosa che non si può conoscere con certezza… non abbiamo apposta davanti un’etichetta come i prodotti che si sceglie di comprare.

Ma non è un problema mio, che non voglio nascondermi; che dalla vita voglio ogni cosa tranne le illusioni ed i rimpianti.

Adesso ho voglia di continuare ad osservare me, il mio esserci.

Ci sono le piccole cicatrici sulla pelle, conseguenza degli effetti collaterali di un farmaco… alcune resteranno, fa niente. Le lievi smagliature, testimoni che il mio corpo è stato sopraffatto,  all’improvviso, da sostanze aggressive per attaccare “lei”; e poi, da fido guerriero, se ne è sbarazzato. Nonostante un piede sia rigido, i muscoli doloranti, la resistenza minore, abbia le nevralgie qui, mi manchi la forza lì… e via dicendo, io davanti a me ho comunque questo corpo, che di fatto non è cambiato, che ancora riconosco come mio. Che padroneggio sempre di più, in realtà.

Dall’esperienza ho imparato che il mio cervello lo posso “prendere in giro”. Lo faccio, stendendo l’ombretto con la mano dolente; brandendo il pennello per la cipria come un’arma che arriva a colpo sicuro anche lì, dove la faccia un po’ mi formicola. Sebbene, appena alzata, fatichi a stare in piedi. Indossando i jeans attillati e gli stivali (stravecchi, ma che mi slanciano un poco!), quando il mio corpo vorrebbe solo star comodo.

Piano piano mi abituo. Non solo sto in piedi, ma percorro lunghi tratti di vita. Non solo resisto, ma traggo godimento da momenti autentici. Non solo vivo, ma guadagno centimetro dopo centimetro la libertà. Non nascondo il mio volto stanco, il mio bisogno di pause, non celo nulla della mia personalità. A tutti i livelli, anche a quello dell’apparenza, niente è futile. Ho osservato cambiare i ricordi che ho delle giornate quando curo me stessa, ho reso mia ed elaborato una dignità ed un atteggiamento che esulano dalle reazioni altrui. Gli altri, se temono il mio vissuto o quello che immaginano sia il mio presente o possa presagire il mio futuro, ad ogni modo, non si avvicineranno; ma è qualcosa che non mi riguarda, qualcosa che ai miei occhi è futile. Tutte le persone sono, per una ragione o per un’altra, depositarie di un’insicurezza di fondo con cui devono fare i conti per conquistarsi libertà e amori veri. Non è utile porsi problemi per un deficit fisico o di altra natura, se si crede veramente nel valore della diversità e nella variegata magia della compensazione. Non siete… non siamo, solo adibiti a riscattarci da qualche cosa: siamo materia che vive, come ogni altro essere.

Credete anche nell’utilità del futile per togliervi di dosso l’inutile.

Siate primavere tardive di un’estate che ha comunque fatto in tempo a portare i suoi frutti. E chi vi circonda non noterà la differenza; anzi, forse, apprezzerà quanta fatica ci sia voluta a germogliare durante stagioni così ostili e brevi.

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Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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