Davvero è possibile la rinascita dell’Io?

Come tutte le esperienze anche questa ha avuto un inizio e una fine.

Un inizio fatto di curiosità, incertezza, paura e sconforto. Si, sconforto. Ti ritrovi all’improvviso in un paese straniero, con una cultura differente ed una lingua diversa che il tuo udito non è abituato ad ascoltare e tu sei sola. SOLA con le tue protesi e tre mesi davanti. Mi sono scoraggiata, qualche lacrima è scesa, il desiderio di mollare c’è stato, ma la voglia di vincere la guerra, di combattere è stata più forte dell’arrendersi, perchè io odio arrendermi, odio le sconfitte senza averci provato.

Ho cercato di leggermi dentro, di ascoltare le mie paure, di domarle, di capire cosa potevo fare per superarle.

La mia più grande paura è stata una sola, una paura che quotidianamente accompagna il mio essere ma è stata dominante, particolarmente in questo periodo: “Sentirò mai abbastanza da riuscire a capire e non passare per stupida, con quell’ansia che ti assale se solo provi ad immaginare un’ipotetica situazione con persone che parlano contemporaneamente una lingua che non sei abituata ad ascoltare e tu potresti fare la figura di quella che cade dalle nuvole?” La verità è che la tua disabilità è invisibile, quindi hai soltanto due scelte: o ne parli o vai a scatola chiusa. Immaginando, provando a immedesimarmi in questa situazione, ho deciso di fare una scommessa con me stessa.

Ho scommesso di non dire nulla, di restare in silenzio e fingere per alcune volte di essere un’udente qualsiasi.

Io la scommessa l’ho VINTA, ma quanto sangue amaro dietro, quella sensazione di portare te stessa all’umiliazione è qualcosa che difficilmente svanisce. Ma tornando indietro, forse, mi umilierei in più situazioni se queste servissero a farmi uscire vincente. Accetterei anche l’umiliazione solo se servisse a dimostrare che potrei farcela, spinta forse da quel leggero senso di masochismo per dimostrarmi che potrei farcela davvero con dei banali sacrifici.

Si, da questa esperienza una cosa l’ho capita: mi sono sottovalutata, ho fatto finta di avere un’autostima talmente elevata di me stessa che alla fine il castello è crollato. Ma dalle macerie sono rinata, rinata con una nuova consapevolezza. Posso contare su me stessa, in fondo sola non lo sarò mai, le protesi sono le mie compagne di vita, “il bastone della mia vecchiaia”.

Ho imparato a conoscerle in territorio straniero, un territorio che all’inizio mi ha portato a brancolare nel buio, a riscoprire un mondo nuovo. Un territorio che mi ha fatto dimenticare la routine e l’abitudine che quotidianamente vivevo e mi ha portato ad aprire un portone fatato di suoni, colori e sfumature di rumori che non avevo mai percepito.

Sono stata invasa da vibrazioni, sensazioni, meraviglie che non sapevo nemmeno esistessero. Mi sono sentita una bambina che per la prima volta apriva un regalo e che per la prima volta conosceva se stessa. Per me non ci sarà mai un suono familiare, sarà sempre tutto diverso, e non provo più vergogna nel chiedere da dove proviene quel suono, se non riesco a riconoscerlo. La mia sete di sapere, di assorbire nuovi suoni, mi ha portato dove sono. È come se fosse una dipendenza: più suoni conosco, più ne voglio conoscere. Appena riconosco di esserne assuefatta, ho bisogno di nuovi territori, nuovi suoni, nuove melodie da ascoltare.

Con il senno di poi, ho iniziato a riflettere e ho ripensato alle prime volte che ho messo le protesi. Ho aspettato sedici anni per decidere di metterle, forse perchè non sono mai stata costretta dai miei genitori. Ma se solo fossi stata più ragionevole e non mi fossi fatta condizionare dagli stereotipi degli adolescenti, forse sarebbe stato meno complicato capire me stessa. Vorrei che gli altri non commettessero il mio stesso errore, che provassero a leggersi dentro in tempo, che fossero sempre affamati di sapere, curiosi nel vivere e forti da reagire alle sconfitte. Vorrei che ogni essere umano provasse a vivere a pieno, la sopravvivenza ti fa perdere l’essenza della vita, la missione della vita. Un po’ come l’amore, senza amore non si vive, si sopravvive.

Ho promesso a me stessa che non mi sarei fatta più calpestare i piedi, che non avrei più usato la sordità come giustificazione al non voler provare a fare qualcosa di nuovo. Ho promesso di non piangermi addosso più di un giorno, che avrei tentato l’impossibile prima di dire “non posso”. Ho promesso di trasformare la disabilità in un’abilità. La mia abilità sono io, Gloria. E nessuno può privarmi di questo.

Tutto è possibile, tutti cadiamo, tutti ci rialziamo, tutti possiamo rinascere.
La natura umana è incline al lamento, alla resa, all’autocommiserazione, ma dalle ceneri si rinasce. SEMPRE.

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Gloria Zullo

A proposito di Gloria Zullo

Difficile definirmi, non amo parlare di me. Studentessa a tempo perso, fuggo dalla realtà per ritrovare i sogni, anche solo per pochi minuti. Da quando ho scoperto i suoni, non riesco più a vivere senza. Mi sento una ragazza come tante, nulla di più, nulla di meno. Vivo in un mondo incantato fatto di sole cose belle. Faccio di tutto per evitare che entri il male. I suoni, sono la cosa che amo di più.

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