Dall’altra parte

Ho sempre pensato che mi sarei presa cura degli altri. Credo di essere nata per prendermi cura degli altri. Ho iniziato con i peluche, poi ricordando a mio fratello cosa doveva mettere in valigia e ascoltando i pianti di una madre infelice. Ho ascoltato tante volte gli altri, così tante volte che ho smesso di ricordare come ascoltare me stessa. 

Quando si passano gli anni più belli e spensierati sui libri, solo un folle non si porrebbe certe domande. Quando si studia 12 ore al giorno, tutti i giorni, anche la domenica, e si vivono i 20 anni attraverso i racconti delle serate altrui, delle feste a cui non hai potuto partecipare, le crisi vengono. Dapprima, era sufficiente avere il sogno di potere fare quello che avevo sempre sognato di fare e che sentivo di fare, successivamente con l’aumentare della frustrazione per esami e tirocini gestiti male, non è stato più sufficiente.

Ho pensato tante volte di mollare, sono stata a lungo infelice. Poi, ho capito che io sono un medico nel più profondo del mio cuore. Non l’ho capito di fronte alla laurea e neanche negli occhi orgogliosi dei miei genitori e della mia fidanzata di allora. Non l’ho capito neanche quando una signora si è spaccata la testa davanti ai miei occhi e in tre secondi le ho tenuto chiuso uno squarcio della fronte sporcandomi totalmente di sangue in attesa dell’ambulanza. L’ho capito quando è comparsa l’ombra scura e crudele della malattia. Quando ho capito che prima di essere un medico sarei stata anche una paziente e quando la mia malattia ha messo a rischio il mio sogno. Nel momento in cui non mi sono più vista forte solo per gli altri, ma quando mi è stato richiesto di esserlo per me stessa.

Nel momento in cui ho rischiato di vedere infrangere il mio sogno, mi sono resa conto che non posso essere nient’altro. Io sono un medico. E non è stata la paura della malattia. E’ stata quella sensazione di sentirmi viva in reparto, quando soltanto io sapevo di essere un medico e allo stesso tempo un paziente. Quando ho visto gli occhi dei malati incatenati nel letto e tra una scossa e l’altra, tra un formicolio e l’altro, io ero dentro quel camice e non ho minimamente arretrato.

Ho stretto la mano di Giovanni, un malato di HIV abbandonato come un reietto in mezzo al suo vomito, e gli ho detto “Come stai oggi?”. Quando ho preso la mano di Erminia, che urlava dal dolore imbottita di morfina, e le ho detto “Adesso, facciamo un altro po’ di morfina. Sta arrivando l’infermiera.” E quando Carla, una ragazza con un disturbo d’ansia, mi ha stritolato una mano che mi faceva già male per colpa della malattia perché aveva paura. E io le ho detto “Carla, non avere paura. Hanno quasi finito di mettere la spirale”. E il mio dolore non esisteva di fronte al dolore degli altri, perché io mi sento viva solo in questo modo e perché ho un dono rispetto ai miei colleghi. Io so cosa significa stare dall’ altra parte e so cosa significa soffrire e vi posso giurare che capirò tutti i vostri dolori e i vostri sguardi di fronte a una diagnosi che non si vuole ricevere.

-Anonimo-

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