Come Alice

Come tutte le mamme anche la mia ebbe premura di insegnarmi l’uso corretto del verbo Volere.
Mi insegnò ad usare sempre il condizionale, a ringraziare e a chiedere con cortesia.
Successivamente, la mia vita divenne lei stessa un vero e proprio condizionale. La malattia non ne fu la causa, cominciò tutto molto tempo prima.
Non che i VOGLIO fossero impossibili, risultavano semplicemente difficili e fuori luogo, i NO non mi piacevano, così preferivo non chiedere troppo  e concentrare le mie forze solo verso quello di cui ero sicura non potessi fare a meno.
Con la malattia fu diverso. La malattia ti costringe a rivede la lista delle cose che vorresti.
Molto di quello che avresti voglia di vivere devi chiuderlo da qualche parte, trovare il coraggio di  buttare via la chiave e sperare poi di non ritrovarti con la testa persa in mezzo a tutti quei vorrei.

Di fronte la finestra di casa, immersa in una realtà sinceramente siciliana, circondata  dal mare, dal mio Vulcano e dalle urla di bambini a cui i genitori insegnano la vita a forza di dialetto e passato, mi ritrovo a giocare a nascondino tra un vorrei e l’altro. Tornare indietro diventa complicato, l’uscita, beh si nasconde anche lei.
Così, come Alice che arrivata nel Paese delle Meraviglie cerca il modo di arrivare alla pozione che potrà darle la misura giusta per uscire da quella stanza sempre troppo piccola o troppo grande, allo stesso modo, cerco la misura giusta affinchè la mia pelle sia in grado di abbracciare il suo corpo di un abbraccio che non sia soffocante ma neanche fastidiosamente leggero.
Vedere scomparire i miei vorrei può durare un attimo o giorni, credo dipenda dalla loro grandezza. Il dolore invece viene stabilito dalla loro nitidezza.
Quelli nei quali mi perdevo o mi perdo sono sempre i più grandi e i più nitidi. Spesso sono legati, erroneamente, al mio essere qualcosa. Così la loro scomparsa, per un breve istante, fa scomparire me.

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Non volto mai lo sguardo, sto li a fissarli come se questo possa velocizzare il momento della costretta accettazione. Uno strano modo di metabolizzare l’evento, stare lì e capire quale sia il loro significato per me, conoscerli realmente in un tempo ormai finito, quando già non sono più miei.
I loro colori accesi, comincio da li. Accetto di vederli e di prenderne consapevolezza. Riconosco il mio diritto di ammettere il valore che davo a quel vorrei e faccio i conti col dover scegliere qualcos’altro.

Nascere con tutte le possibilità a loro posto da la libertà di EVITARE. Qualsiasi cosa faccia paura diventa un dettaglio di poco conto quando non è essa stessa l’unica alternativa.
Ma quando  i vorrei si possono contare sulla punta delle dita, e  il loro tempo sembra non bastare, lui fermo e la tua malattia in continuo movimento. Lui piccolo ed il resto che si dilata e dilata senza sosta, allora la tua libertà diventa il braccio di Alice che tenta di fuggire da quella stanza che insieme alla sua porta è ormai troppo piccola.
L’unica cosa da fare è tastare gli angoli per cercare il modo di non arrenderti al poco spazio che ti soffoca. Lo trovi lì, dove non saresti voluta andare, dove eri riuscita per tanto tempo a non guardare.
La paura poteva batterti, le alternative saltavano fuori come fosse niente, il coraggio non sembrava servire, gli occhi potevano chiudersi senza che ti sentissi vinta, ma adesso il tuo temere è la tua salvezza.
 Così ti sei lasciata rapire da loro, ti sei persa facendoti ferire dalla loro impossibilità. Poi hai urlato al dolore, afferrato la paura e sei ricomparsa ritrovandoti anche questa volta. 
Ti scoprirai tra l’incredulità nel vederti ancora inaspettatamente nuova e il timido pensiero di quello che potresti straordinariamente essere, tra il cuore che batte veloce e un respiro che arriva piano.
 E durante quell’esatto respiro, toccando la tua pelle, la sentirai abbracciare il tuo corpo di un abbraccio perfettamente misurato, davanti la tua finestra tra Il tuo Vulcano e il mare.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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