Cerca ancora…

Qualche giorno fa durante una conversazione mi è capitato di dire una frase che credevo non avrei mai pronunciato nella mia vita. Avevo fatto un patto con me stessa perché, dirla, avrebbe significato ritenere i problemi degli altri meno importanti dei miei, e Valeria non è così o, dovrei dire, non era così.

Crescendo sono cambiata e ho capito che, eliminata la strutturazione di una modalità comportamentale che non corrispondeva a ciò che in realtà ero io, diventavo altro. Scoprivo così di poter scegliere di essere fredda e poco empatica. Di poter proteggere la mia innata empatia e conservarla per qualcosa che risultava ai miei occhi più meritevole.

Ho scritto mille volte di come la malattia mi dia, a cadenza giornaliera, la sensazione di essere vulnerabile, come accade ai gatti afferrati dalla collottola. La presa della malattia è però violenta, poco attenta e quasi per nulla tranquillizzante. Mi turba e mi innervosisce, rende il mio corpo a me fastidioso e inutile, un peso da portare perché così è, e basta. La consapevolezza di essere malata la sto sviluppando solo da poco, prima c’era, ma era labile e arrivava come lampi, brevi e poco intensi. Adesso è quasi perenne e vive in quasi ogni cosa.

Così la difficoltà di vivere la vita che vorrei sembra spesso trasformata in una fotografia identificativa che sento appesa al mio collo e che mi tira giù e giù e giù. Combatterla mi sfianca, così le distrazioni e le ore di sonno sembrano non bastare mai, eppure dormo, eppure sorrido, eppure respiro.

Quel giorno, di fronte a delle parole che tentavano di giustificare comportamenti sgradevoli con la sofferenza vissuta, il mio essere malata mi è apparso davanti agli occhi come un ologramma, e il mio sentirmi quello che sarò mi è salito su, proprio come un rigurgito. La voce ha iniziato a tremare e le guance sono diventate rosse e calde mentre dicevo che la mia sofferenza era peggiore di quell’altra. Non mi fregava nulla, ne ero convinta. Stavo odiando l’idea che fosse permesso a tutti ed anche a me la possibilità di ferire e umiliare senza che io, tra l’altro, neanche lo sapessi. La voce continuava a tremare e io continuavo a dire…a dire che nonostante lo sfondo di un futuro già scritto, nonostante l’idea di una sofferenza perpetua, altalenante ma perpetua, silenziosa ma perpetua, nascosta ma perpetua niente era stato usato da me come giustificazione a comportamenti non corretti. Me ne vantavo ed ero felice di mostrare cosa avrei potuto essere e di manifestare la loro fortuna nel non essermi mai comportata come invece, secondo quello che si diceva, avrei potuto comportarmi.

Molte persone al contrario lo fanno, pretendono dagli altri o minimizzano la vita degli altri perché loro soffrono e quindi possono. Credono di non dover più dare perché a loro è stato tolto troppo, più di quello che ritengono meritassero gli venisse tolto. Così si dimenticano dell’altro, e vogliono avere. Vogliono, perché sentono necessario che gli venga chiesto perdono, perdono per una vita che non volevano. La vita degli altri diventa un’offesa mostrata con troppa sfrontatezza e le persone sono capri espiatori, pupazzi su cui sfogare dolore, rabbia, e colpe. Diventano la manifestazione e personificazione di tutto ciò che non si ha, che non si avrà mai, o che si potrà avere solo se venisse concesso di rinascere. La “non esistenza”, il “non essere”, diventa la colonna sonora di una vita monca. Il vuoto surclassa il pieno, l’evidente soffoca tutto quello che c’è ma sembra “ammucciatu”, cioè nascosto.

E non c’è nulla che possa convincerli del contrario, convincerli a non guardare più loro stessi riflessi nello specchio ma voltare lo sguardo per vedere altro. Sarebbe meraviglioso se funzionasse un po’ come con i bambini alle elementari, quando si chiede loro di cercare e cerchiare gli aggettivi all’interno di un testo e poter poi rispondere proprio come si farebbe con loro: “non hai ancora finito, ma non impazientirti, cerca ancora………..”

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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