“Cellule Impazzite” di Claudio Colombrita

Dieci anni di volontariato, mille storie legate all’ospedale, un luogo che può anche diventare improvvisamente colorato. La malattia incombe ma un sorriso la può offuscare, i piccoli eroi del reparto di oncologia pediatrica insegnano a vivere, la semplicità diventa la cosa più bella che ci sia. Ecco che allora può giungere anche l’ispirazione per scrivere un libro, con un amore forte, che sembra impossibile ma che vuole affermarsi prepotentemente. Come la vita.

Clara combatte contro una leucemia, Luca contro la sua fame di popolarità. Si incontrano in ospedale, lui volontario di un’associazione, lei tristemente affezionata al solito letto della stanza n. 1. La speranza fa a pugni con la realtà, il sorriso e la forza non si arrendono al destino, l’amore vuole prepotentemente trionfare nonostante le difficoltà. “Cellule Impazzite” parla di un ospedale in cui si respira umanità, in cui si possono trovare anche bellissime storie, come gli insegnamenti dei piccoli bambini ricoverati. Un romanzo che esalta il volontariato, l’altruismo e l’amore nella sua forma più pura, una “cellula impazzita” caratterizzata da alti e bassi, un flipper continuo che rispecchia la vita, imprevedibile perché vera, inestimabile perché unica. 

Tratto da “Cellule Impazzite”.

“…Gli occhi che parlano e dicono tutto e gli occhi che non assolvono nemmeno alla loro funzione primaria: la vista. Ho deciso di scrivere, dopo due settimane, di Clara e di Samir, uno sguardo che ti conquista senza bisogno di essere alimentato da parole e un bambino che non smette di impartirti lezioni di vita, ogni minuto che passa. Ieri mi ha preso per mano il piccolo Samir, nove anni, un vulcano che mi ha portato in un bellissimo viaggio, in un mondo che non conoscevo.

Ci ho messo cinque minuti per capire che era cieco, era talmente tanto indipendente da non crederci, faceva tutto quello che facciamo noi, sì proprio noi che ci reputiamo normali. Abbiamo giocato in tutti i modi possibili, incastrava quelle costruzioni in maniera perfetta, guidava lui la mia mano, come se avessi bisogno io di aiuto e di sostegno. Una voce squillante, un italiano conosciuto alla perfezione nonostante fosse straniero, nessun vittimismo, solo tanta voglia di vivere al meglio.

Ogni tanto tornava in camera, da suo padre, a fargli vedere le sue creazioni, io stupido mi affannavo nell’accompagnarlo, lui non voleva e aveva ragione. Nessuna porta presa in faccia, nessuna sedia, nessun inciampo, arrivava dritto e veloce alla meta e tornava, con un sorriso sempre più ampio. Voleva portarmi lui a fare un’esperienza diversa, attraverso il tatto, a toccare quei giochi facendo attenzione a tutte le componenti di cui erano composti. Ero terrorizzato, nella mia ignoranza. Volevo evitare figuracce, magari non ero in grado di gestirlo, potevo ferirlo, per fortuna questo non è successo. Anzi più di una volta mi è scappato di dirgli espressioni tipo “guarda che bello”, lui non ha fatto una piega, rispondeva sìììììì, euforico, perché lui poteva vedere, con un organo ancora più nobile: il cuore.

E di cuore ne aveva tanto Samir e lo dimostrava nei gesti d’affetto nei miei confronti, in quel contattomano a mano, quasi una carezza continua. Come vedeva il piccolo Samir quell’altissima torre di mille colori? Dove era andata la sua mente di bambino non vedente? La fantasia di un qualunque bambino amplificata dalla necessità di immaginarsi le cose, un continuo esercizio. Sì, gli occhi di Samir si stavano perdendo il sole che c’era fuori in quel momento, ma la sua pelle avrebbe comunque potuto sentirlo.

Non riusciva a vedere il mare in lontananza, ma poteva captarne l’odore. Era avanti anni luce, forse nella sua mente aveva già costruito il mondo del futuro, mentre noi siamo ancora fermi a quello del presente. Probabilmente si risparmierà la visione di tante brutture che ci sono in questa società. Non so se gli farei un favore ridonandogli la vista, ma tanto non sono il genio della lampada. E se poi il mondo che si è immaginato fosse migliore rispetto a quello che vedrebbe? E se il suo mare e la sua montagna fossero più belli di quelli che noterebbe?

Io, sin da piccolo, ho la possibilità di vedere il mondo, il brutto e il bello, ma, nonostante ciò, ho scelto il brutto delle mie dipendenze. Per fortuna Samir non potrà mai vedere le schifezze che faccio, in compenso io le vedo, ma non le evito. Alla fine mi ha regalato il suo disegno. Come dipingeva con quegli acquarelli! Delicato, morbido, eccezionale nella sua semplicità, mentre io, che vedo, sembro alle prese con una zappa.

Ma stasera ho deciso di pensare anche a me, di volermi bene, forse una delle prime volte. Prima mi sono alzato un attimo, in frigo non c’era nulla di alcolico, i miei avevano provveduto a far sparire tutto, ma io avevo nascosto in freezer una bottiglia di vodka per le emergenze. Sono andato per prenderla, ma mi sono fermato all’improvviso: io stavo vedendo il mio male e lo stavo scegliendo ancora una volta, mentre il mio bene poteva essere quel pomeriggio con Samir: piccolo, non vedente, ma forte. Quello non vedente qui mi sa che sono io…”

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