Brindisi di Capodanno

Il 31 dicembre molte persone si soffermano a scrivere i buoni propositi per l’anno che sta arrivando. Personalmente, non mi è mai capitato di farlo.
Questa volta, poco dopo la mezzanotte, un’amica mi ha chiesto “Me li dici i tuoi propositi?”. Ricordo di aver corrugato la fronte e, con sguardo serio, ho risposto “Non li ho.”
“Pensali, tutti ne abbiamo, puoi pensarli e non dirmeli.”
Se devo farvi una confessione, i buoni propositi non li ho scritti lo stesso.

Non avevo l’ispirazione giusta, non riesco quasi mai a trovare le parole adatte per esprimere quello che sento, raramente mi sento soddisfatta, credo di soffermarmi troppo sulle frasi sbagliate, così finisco quasi sempre per usare le parole degli altri.
Mi piace molto la poesia di Erri De Luca sul brindisi di Capodanno. Però ho pensato che era il suo brindisi, erano le sue parole, e che forse potevo provare a cercare le mie.

Bevo a chi questa sera non può sollevare il bicchiere,
a chi è in una corsia di ospedale o in sala operatoria,
ai medici e agli infermieri che lavorano nei giorni di festa.
Brindo a chi non può alzarsi dalla sedia per accogliere il nuovo anno,
a chi non vede più e a chi non ha mai potuto farlo.

Il mio brindisi è per tutti i malati che non hanno una diagnosi
e quelli che hanno la diagnosi, ma nessuna terapia,
a chi non sa se arriverà alla fine del 2016
e a chi ci vuole arrivare a tutti i costi.

Brindo ai bambini con il labbro leporino,
alle madri che non fanno l’amniocentesi
e a quelle che invece vogliono farla,
a chi vorrebbe morire ma in Italia non ha una legge per farlo.

Bevo a tutte le malattie che nei miei libri
hanno dedicate solo due righe,
a quelle che non ci sono neanche,
a quelle rare e a quelle meno rare,
poiché tutti i malati hanno diritto a esistere.

Brindo agli infermieri che fanno i clisteri,
a quelli che piangono i pazienti morti,
a quelli che non si tirano indietro quando serve una carezza,

a chi dà da bere con la cannuccia al moribondo,
al medico che asciuga il sangue con un fazzoletto,
a chi dice “non devi mollare” e a chi di lottare non ha più voglia.

Brindo a tutti coloro che hanno scelto di occuparsi degli altri,
a chi non ha paura di dire “ti amo” al malato terminale,
a chi esce a fare l’aperitivo e si trucca anche se è in sedia a rotelle.

Bevo per tutti, per i morti di Kabul e per i malati di Caltanissetta,
per chi si guarda ancora allo specchio con metà faccia ustionata,
per quelli che fanno sesso anche se odiano il proprio corpo,
per quelli che non smettono di volersi bene, a voi tutti.

Pubblicato nella Raccontandosi | Lascia un commento
Bianca Granozzi

A proposito di Bianca Granozzi

Sono quasi medico, all'ultimo anno di questo tunnel infinito che dura sei anni. Ho incontrato tante persone fino ad ora e chissà quante ne incontrerò. Molte di loro hanno lasciato un segno e quando mi è stato chiesto di scrivere, ho colto l'occasione per rendere vivi quegli incontri, tra me, dentro il camice bianco, e gli occhi di chi chiede aiuto. Ho imparato che la maggior parte delle malattie non hanno una terapia risolutiva. Questo può essere frustrante, ma non è questo il punto. Come direbbe Patch Adams: "Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito di una terapia". Dopotutto, la cura sorge solo quando l'esistenza di qualcuno ha importanza per me. Comincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino e delle sue sofferenze.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *