Angeli azzurri e desideri

C’è stato un tempo, ormai lontano anzi lontanissimo, in cui mi piaceva l’angelo azzurro. Era un drink superalcolico che circa 20 anni fa andava per la maggiore nelle discoteche. Era molto dolce, una vera stilettata per il fegato, ma il berlo ti faceva sentire un po’ più “figo” perché era la conferma che eri “parte del gruppo”, o almeno così a me sembrava, e finivi col ritrovarti al posto giusto e nel momento giusto.
C’era un tempo in cui bere un paio di angeli azzurri mi faceva sentire meglio, non solo perché ad ogni sorso mi sentivo sempre più parte di un gruppo, e di quello giusto per giunta, ma anche perché ogni sorso mi faceva sentire meno fuori luogo, perché la rigidità e gli sbandamenti del corpo, l’imbarazzo per non avere tacchi a spillo che sostituissero movimenti impacciati sembravano piano piano defluire, allontanarsi dal mio essere. Anzi, di più: sembrava che all’improvviso i movimenti divenissero fluidi e più sicuri e che quelle risate che io temevo sempre essere un po’ di scherno, non fossero (e probabilmente non lo sono mai state) riservate a me.

Fu così che mi venne l’idea di bere un po’ di più, fu così che mi venne la (pessima) idea che avrei potuto bere un po’ anche a casa. Non troppo: giusto per arrivare già con lo stato d’animo leggero ed i movimenti agili e “giusti”, in un posto in cui, per antonomasia, non avresti dovuto esserci, perché c’erano ragazze sui cubi, tacchi a spillo, movimenti sincopati, e velocità dei gesti. Ma con un angelo azzurro poteva andare tutto meglio.
La mia pessima idea (per fortuna) poi non l’ho attuata e piano piano anche degli angeli azzurri non ho avuto più bisogno, tanto più che a volte li preparavano davvero male, non shakerandoli al momento ma miscelandoli prima e lasciandoli decantare per ore nelle brocche.

Ma una sera di fine estate la ricordo bene. Complice un paio di angeli azzurri e un affetto nutrito attraverso due estati, anche se condito di timidezze e paure, ci siamo ritrovati su due sedie, l’uno vicino all’altra con quell’aria ancora un po’ afosa di fine estate, ma resa già un po’ più fresca in quell’ora che vede la notte scolorare quasi nell’alba. Una battuta tra amici e un alzarsi per rintuzzarsi. Il corpo non oscilla più o se oscilla è colpa dell’angelo azzurro e dell’emozione camuffata, mica degli spasmi e della mancanza di equilibrio. Dopo qualche battuta, però, sulla sedia ci sarei voluta ritornare ma mai allontanarsi da una sedia faticosamente conquistata in un ambiente affollato. Stai sicuro che alla prima distrazione con un movimento tattico ti verrà sottratta da sotto al sedere. Così mi sono ritrovata senza sedia e con la testa che girava. E’ sembrato naturale allora sedermi in braccio al mio amico, quello con cui parlavo da due estati, l’amico di sempre. Ed è lì che le paure si sono sciolte: paure della distanza, in fondo credo non tanto quella fisica ma quella che spesso prende il nome di diversità. O forse paura sì della distanza, ma di una distanza che mascherava altri vuoti ed altre paure: quelle di poter pensare di mettersi a nudo, di provare ad immaginare una vita più avventurosa, o semplicemente di credere che in fondo potesse essere possibile. 
Tutto sciolto in un momento: come il cubetto di ghiaccio che scompariva nel blu del mio angelo azzurro. E c’è stato spazio solo per l’emozione: vera e autentica…

Il giorno dopo le paure sono ritornate, quelle stesse paure che nascondiamo dietro le parole razionalità e buon senso. E mille scuse che vogliono dire, in fondo, non provarci. Non provare a parlarsi in maniera sincera, uscendo fuori dagli schemi.
Ed allora… forse non tutti gli angeli blu, vengono per nuocere… Non fanno male se diventano la metafora di un desiderio che ha il coraggio di incarnarsi. Da quegli angeli blu dovremmo imparare ad avere il coraggio di vivere. A quegli angeli dovremmo chiedere di prestarci le ali per spiccare il volo verso orizzonti possibili. Dovremmo provare a crederci fino in fondo, a essere noi stessi, a sostituire la parola impossibile (che forse esiste solo nella nostra testa) con la parola possibile. Dovremmo provare, perché no, a scardinarla anche dalla testa degli altri, di quelli delle cui risate di scherno abbiamo paura… ma che, magari credendoci un po’ di più noi per primi, potrebbero imparare a ridere con noi e non, come temiamo, di noi…

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Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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