Ma alla paternità chi pensa?

Il nostro periodo storico e sociale è caratterizzato da un’enorme attenzione medica, mediatica, legale e umana legata alla Donna, alla Femminilità e quanto ad essa si attiene. Femminicidio, Sportelli Donna, Aiuto alla ricerca di lavoro, consultori. Un’attenzione proporzionale a ciò che ha portato la Donna a confondere femminismo, libertà, parità con il far suo tutto il peggio che del maschilismo combatteva.

Si ha la sensazione che, come è tipico dell’essere umano, non si riesca mai a percorrere la “giusta via di mezzo”, quella che fa sì che gli estremi servano come paletti e non come mete da raggiungere a tutti i costi.

Io sono del parere che Uomo e Donna siano entrambi portatori di grandi bellezze quanto di bassezze nefande, che entrambi possano essere persone illuminate, o narcisitiche personalità manipolatrici.

Credo anche d’altronde che le persone non s’incontrino mai per caso e che una Donna che finisca con l’innamorarsi di un Uomo violento sia anch’essa portatrice di caratteristiche meritevoli di aiuto, ma non solo come vittima, anche come individuo che debba lavorare su di sè su quei vuoti che l’hanno reso incapace di chiedere aiuto.

Ciascuno di noi, chiunque, è figlio di genitori che a loro volta sono stati figli e così via, e ciascuno di noi ha avuto l’imprinting di dinamiche e modalità spesso patologiche o comunque non equilibrate che finisce col ricercare in chi andrà incontrando nel corso della propria esistenza.

Il mio modesto parere è che quel che sarebbe necessario per attuare una vera parità di genere sia, sarebbe, dovrebbe essere l’attuazione di “un’educazione emotiva” che cominci dall’asilo e il cui scopo sia quello d’insegnare ai bambini, futuri Uomini e Donne, a guardarsi dentro, a scoprire ed illuminare le proprie ombre, a riconoscere le dinamiche patologiche e disfunzionali in sè e negli altri. Che insegni l’Amore per sè stessi, l’in-dipendenza, l’ascolto, il rispetto, la sessualità…

Credo che solo questa via consentirà un futuro ove la parità sia una realtà e non un alibi per svilirsi e svilire!

Anche nella disabilità e nella malattia esiste una sorta di eroismo femminile in cui anche le cose più assurde vengono ritenute conquiste intoccabili d’indipendenza, mentre a ben guardare e con l’onestà nel cuore si potrebbero definire atti di egoismo. Anche nella disabilità l’attenzione è rivolta in grandissima parte alla madre, ai suoi diritti, a come rendere possibile la sua gravidanza, a come scongiurare il dolore, a come accompagnarla nel suo percorso di gestazione, a quali siano le sue ansie e paure.

Ma alla paternità chi pensa?

L’uomo non è esclusivamente seme, il suo ruolo non è solo la produzione di spermatozoi. L’uomo ha un ruolo importantissimo prima, durante e dopo il parto. L’assenza di un padre o la presenza di un padre impreparato, assente emotivamente, anaffettivo è tanto grave quanto lo è la stessa condizione nella Donna. Perchè si parla così poco di quelle che siano le preoccupazioni di un padre? Perchè non si aiuta anche l’Uomo nel prepararsi all’arrivo di un bambino? Perchè si considerano pochissimo le paure e gli interrogativi di un Uomo disabile o portatore di una malattia genetica?

Nella mia vita non ho mai pensato troppo all’essere padre, forse per via dell’essere stato adottato o del tipo di relazione che ho avuto successivamente con la mia famiglia adottiva, forse per la mancanza di amore che per lungo tempo ho avuto verso me stesso, forse per la neurodiversità mal gestita, chi lo sa… Oggi però, grazie alla consapevolezza raggiunta, grazie al profondo lavoro di auto analisi fatto (nonostante lo scarsissimo aiuto ricevuto da parte del sistema sanitario in tal senso), grazie all’accettazione delle mie diversità neurologiche e cognitive, grazie alla maggior chiarezza raggiunta in ambito sanitario, ma soprattutto grazie all’amore verso me stesso che sono riuscito a costruire tassello su tassello e che ha portato all’amore verso una donna duraturo, maturo, paritario, ho dedicato maggior attenzione a questo pensiero: essere padre?

Vengo da una passato di “abbandono” reale e percepito, dalla consapevolezza di non essere stato accettato e mi son chiesto dunque nel profondo se io fossi in grado di non ripetere le dinamiche assorbite. Mi sono chiesto se la mia diversità mi permetterebbe la crescita e l’educazione di un bimbo che sarà un Uomo/Donna. Se il mio passato influirà sulla formazione di questa persona. Mi sono posto moltissimi interrogativi connessi con l’aspetto emotivo/cognitivo e nessuno mi ha spinto a ritenermi incapace di questo ruolo; anzi devo dire che credo che tutti questi aspetti farebbero di me un padre capace e presente, in fondo un bravo padre. Ciò che invece mi ha messo davanti a dei limiti per me ad oggi invalicabili è la genetica e l’epigenetica. Mi spiego meglio: l’assenza d’informazioni sanitarie chiare sulle mie origini biologiche, la verosimile FASD (Disordini dello Spettro Fetale Alcolico), la verosimile Srumpell-Lorrain (Paralisi Spinale Spastica Ereditaria) sono tutti muri che ritengo invalicabili. 

L’alcol è una sostanza teratogena che influenza in modo epigenetico il DNA ed è ormai dimostrato che anche l’assunzione da parte del padre, non solo quindi della madre, può provocare alterazioni nel feto. Se poi a propria volta si è stati danneggiati dall’alcol nel grembo materno e si è dunque portatori di un danno epigenetico sul DNA il rischio di mutazioni, deficit, alterazioni è alto e ad oggi in buona parte sconosciuto. Dunque prendersi questa responsabilità con la consapevolezza poi di quale sia ancora purtroppo oggi la reale qualità di vita per le persone “differenti”? 

La Strumpell-Lorrain a sua volta è una condizione genetica con molteplici modalità di trasmissione, recessiva, dominante e X-linked… della quale si conoscono una 70ina di geni mutati, ma ve ne sono in realtà molti di più e che causa uno spettro di disabilità da non particolarmente invalidanti a molto invalidanti…. E quindi anche qui la responsabilità data dalla consapevolezza è enorme e obbliga, deve a mio avviso obbligare, a delle riflessioni molto attente in cui quello che è il proprio desiderio di paternità/maternità deve prendere l’ultimo posto mentre la Salute e la qualità di vita del bambino che si desidererebbe mettere al mondo deve esser al primo posto!

Ciò che più mi dispiace e mi fa riflettere è che praticamente nessuno si è mai rivolto a me considerando questo aspetto, come se io non dovessi nemmeno pensare all’ipotesi di essere padre o come se tale ipotesi non meritasse alcun accompagnamento…

Credo invece dal profondo del cuore che maternità e paternità debbano essere argomenti di discussione e di confronto ben prima del loro divenire reali possibilità e che nel momento in cui vi sia una condizione anche presunta di anomalia genetica o epigenetica dovrebbero essere offerte preventivamente tutte le informazioni possibili, dovrebbe esistere supporto e orientamento… Ma purtroppo il nostro è un Sistema che ama poco la prevenzione primaria e la Salute e predilige la medicalizzazione e l’intervento tardivo… Questo punto dovrebbe farci tutti riflettere attentamente su quali siano le motivazioni sottese a tanta apparente cecità!

Forse in un’ottica di reale Salute, aspirazione alla massima possibile condizione dinamica di benessere psico-fisico-sociale auspicabile per persona, il nostro Ministro Lorenzin e con lei tutto il partere lobbistico-politico, dovrebbero cominciare ad operare un mirato, preciso, serio lavoro d’informazione, prevenzione e lotta a ciò che ci ammala invece che pensare a campagne tragicomiche sul fertility day o su come lasciare la propria parte di guadagno a chi produce alcol, tabacco e psicofarmaci. Si perde tempo in ridicole disquisizioni territoriali e regionali sulla dispensazione di cannabis a carico del SSN, sulla sua giusta o meno prescrizione e su altre piccolezze,mentre si lascia tranquillamente che chiunque possa imbibirsi di gin o tequila, o assumere con tranquilla compiacenza medica i più svariati farmaci oppiodi o psicotropi chimici…

C’è molto da lavorare, ma ci sono per fortuna tante persone che non temono il lavoro!

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Claudio Diaz

A proposito di Claudio Diaz

Sono una persona che grazie alla malattia è tornata in contatto con una realtà dalla quale fuggiva da troppo tempo e che grazie alla stessa ha compreso, nel senso più totale, il dono del presente, del qui e ora. La Vita è un lungo e bellissimo viaggio del quale però troppo spesso non si comprende lo splendore, e solo tramutando un evento drammatico, una crisi, in un’opportunità, potrà essere ri-scoperto. L’opportunità per me è stata quella di riscoprire l’importanza della relazione mente-corpo-spirito e delle mie reali potenzialità, comprendendo che solo attraverso un’attenta osservazione di un evento si può capire la sua mutevolezza e le sue molteplici sfaccettature. Oggi cerco di restituire in qualche modo il tanto ricevuto, dall’esperienza di uomo di 35anni quale sono. Scrivo, fotografo, ascolto e parlo. Non rifiuto più di dire quel che penso, nè tanto meno di ascoltare quel che pensano gli altri. Sono socio di Slow Medicine, e amo chi riesce a guardar prima dentro di sè, perchè solo tramite questo viaggio introspettivo si troverà la chiave di lettura per amare la vita nonostante le storture in cui la realtà ci coinvolge. www.neurodiversamente.org

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