“All is full of love”

“Quel pomeriggio si lasciò andare, sopraffatta da un tipo di stanchezza differente da quello che provava di solito: era impreziosito dal senso di soddisfazione. Non passò dall’angoscia al sonno, perdendosi in un tunnel di pensieri fissi tanto pesanti da schiacciarla e farla dormire, ad un certo punto.

Quel pomeriggio, sul divano, il suo corpo rigido conobbe a modo suo il rilassamento. Un raggio di sole che filtrava attraverso la tapparella andò concentrare il suo potere benefico sulla parte della schiena più dolente, regalandole l’impressione che l’universo stesse finalmente progettando di avanzarle una proposta di pace.

Appena chiuse gli occhi, avvertì una presenza alle sue spalle. Ma non si trovava più nel salotto, bensì sulla sponda di un bellissimo fiume. L’atmosfera era strana, rarefatta, troppo placida e tranquilla per trattarsi della realtà. O meglio, una realtà lo era: quella del suo sogno. Lei, però, non lo sapeva; anche perché era così vivido, chiaro, che quasi lo poteva toccare. Normalmente, sognava di trovarsi alla stazione e non riuscire a prendere il treno; o di spiegare le intenzioni di un corpo che troppo spesso non aveva risposto ai suoi comandi e non venire capita; oppure di essere coinvolta in infiniti inseguimenti senza meta. Cose del genere, insomma. Questa, invece, costituiva per il suo immaginario una dimensione del tutto nuova.

D’un tratto, la grossa ombra alle sue spalle le parlò.

-“Ciao, come stai?”

Fece per girarsi, ma il suo corpo era come immobilizzato. Dopo qualche tentativo, si arrese e rispose, rimanendo rivolta verso il fiume.

-“Ciao… chi sei? Non riesco a mettere a fuoco la tua figura”, aggiunse strabuzzando gli occhi.”

Nessuna risposta.

Allora, provò ad allungare la mano all’indietro per toccarlo, ma, sebbene percepisse quell’Essere molto vicino a sé, non ci riuscì. Si arrese di nuovo, accettando le strane condizioni di quella bizzarra situazione.

-“Sto bene… credo”, rispose la ragazza.

-“Che cosa vedi dinanzi a te?”

-“Beh, ciò che vedi anche tu, dato che ho l’impressione che tu sia molto più alto di me: il fiume, illuminato dallo splendido sole del tardo pomeriggio…”

-“Voglio sapere cosa vedi dinanzi a te”, ribadì l’Essere, quasi non l’avesse udita.

-“Io….”

-“Io so che ora sei rivolta dalla parte giusta. Non importa come lo so. COSA VUOI? QUALI SONO LE COSE CHE VEDI?”

Copiose lacrime rigarono all’improvviso le guance rosee della ragazza, la quale, sempre rivolta al fiume, prese a rispondere davvero alla domanda:

-“Vedo, vedo…”

-“Dillo!”

-“Vedo me che passeggio. Passeggio in un sacco di posti. Guardo la gente e ogni tanto sorrido. Vedo me impegnata in progetti stimolanti, che mi fanno imbestialire tanto sono complicati rispetto alle mie risorse; tuttavia, a fine giornata, una sensazione di benessere spazza via tutto, come magma che irrompe nell’anima e, subito dopo aver raso al suolo, rigenera. Vedo me alla guida della mia auto: arriva la canzone che mi fa impazzire; allora, alzo il volume della radio e mi metto a cantare a squarciagola. Vedo me che cucino, rassetto e, nel contempo, ballo da sola. Vedo me, mentre mi faccio bella e mi appresto ad uscire libera da pensieri inutili e controproducenti. Vedo me con due tazze di caffè in mano: una per me e l’altra per la mia persona; lo beviamo parlando tranquilli e, poi, mi rimetto, pronta a trascorrerci tutta quanta la giornata, nel posto più bello che esista: dentro al suo abbraccio.

Io voglio tutto”.

-“Bene”.

-“Cosa?”, disse la ragazza, ancora provata dall’importanza di quella chiacchiera inaspettata.

-“Me ne vado”, rispose l’Essere senza tanti preamboli.

-“Ma… parleremo ancora? Ti vedrò?!!”

-“No. Non penso.”

-“Perchè?”

-“Perchè il mio nome è Paura”.

Al suo risveglio la ragazza non ricordava nel dettaglio ciò che era successo, ma si sentiva arricchita da una consapevolezza nuova, forse troppo pesante da realizzare da svegli.”

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Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentacinque anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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