A prescindere, essere!

Abbiamo tutti qualcosa che ci fa sentire imperfetti. Nel mio caso e nel caso di molti altri, la nostra imperfezione è rappresentata da una malattia.

Alcuni di quelli che tentano di rendere l’imperfezione una normalità, finiscono per incaponirsi sottolineando le diversità o l’importanza di un corpo perfetto. La perfezione fisica in alcuni casi assume quasi una dimensione morale, mentre l’imperfezione finisce per essere considerata persino un’irregolarità.

Quello su cui poco si ragiona sono gli effetti che tutto quello che facciamo o diciamo è in grado di produrre. Un potere a cui non si dà quasi mai la giusta importanza, diventando così un potere pericoloso.

Chiunque di noi infatti produce degli effetti. Produce effetti chi si oppone al montascale che mi permette di uscire o tornare a casa. Produce effetti chi non ci lascia essere quelli che siamo, per timore o incomprensione. Produce effetti chi usa parole che stimolano la generalizzazione, il pressappochismo, e l’ignoranza.

Se l’imperfezione viene mostrata come un peso, come l’unico punto sfocato di una foto venuta tutto sommato bene, diventerà naturale dare a quell’unico punto sfocato la colpa di ogni fine. Produrremmo insicurezze che possono annientare, perché la “non perfezione” non si elimina con l’esercitazione. La malattia c’è e ci sarà sempre. Così vengono fuori individui destabilizzati, più che dalla stessa malattia, da una realtà che riconosce la malattia come elemento determinante della loro esistenza umana. La centralizza, distogliendo l’attenzione da tutto il resto che c’è. Da quell’ “a prescindere” che ti aiuta a vivere e a superare il brutto. Si Vive e si Ride a prescindere.

Non sto negando che alcuni di voi abbiano e stiano subendo un isolamento causato da chi si è allontanato. Accade. Accade perché non si corrisponde a ciò che gli altri vorrebbero, a quel senso di sicurezza che provavano avendovi accanto, alle necessità che eravate in grado di soddisfare con le vostre parole o con la forza che la vostra fisicità riusciva a manifestare, oppure perchè i loro occhi non hanno voglia di vedere abbastanza in profondità, perché siete o siete diventati l’elemento doloroso che vi ha colpito. Tu parli, vivi e loro sentono solo l’odore della malattia o della paura.

Ma non sempre è così. La malattia, infatti, potrebbe non aver un ruolo nelle scelte prese. Potrebbe accadere che sei un pò una rottura di palle, che sei una persona fatta di negatività, così tanto da essere un peso anche nel caso di un’ipotetica guarigione. Potrebbe darsi che prima della sedia a rotelle e delle deformazioni le persone abbiano notato la tua antipatia e arroganza.

All’inizio ero destabilizzata anche io. Mi sentivo osservata da chiunque incrociasse il mio sguardo, camminavo e mi osservavo nelle vetrine dei negozi per capire quanto fosse evidente il mio zoppicare, quanto questo mi rendesse imperfetta. Dopo la diagnosi il futuro mi era chiaramente apparso davanti agli occhi: Io, sola, in astinenza d’amore e rinchiusa in casa ad inebriarmi di trash. Speravo tanto non finisse così. Non volevo si avverassero le paure di quella Valeria spaventata che continuava a ripetersi quanto tutto sarebbe stato difficile o addirittura impossibile. Volevo credere che il senso vero e reale che c’era nella mia imperfezione avrei potuto trovarlo mostrandomi. 

Andai dallo psicologo per non perdere il coraggio di uscire di casa. Per continuare a vedere in me tutto quello che altri avrebbero potuto non vedere mai, o che avrebbero potuto smettere di vedere. Non volevo che la malattia si prendesse colpe che non le appartenevano, volevo avere ben chiaro tutto quello che sarebbe dipeso da me. Non volevo permetterle di modificarmi fino ad allontanarmi da ciò che avevo il potere di essere, volevo riuscire a ridere di chi aveva paura di me e raccogliere le forze per non credere che avesse ragione la società che faceva fatica a vedermi e riconoscermi. Volevo essere, a prescindere da tutto.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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