A piccoli passi

Ho imparato ad accettare ciò che non potevo cambiare alcuni anni fa. Era uno di quei periodi in cui la sensazione che tutto mi stava sfuggendo dalle mani non mi abbandonava mai. Una sensazione che a dire il vero non mi avrebbe più abbandonata, ma ancora non ne ero consapevole. Guardavo la realtà intorno a me e odiavo con tutta me stessa la mia immobilità, il mio non riuscire a dare una svolta, la svolta che volevo, agli eventi. Una bruttissima lussazione dell’anca mi aveva costretto a ricorrere all’uso di una stampella, ma vedevo passare i giorni, le settimane e il bisogno di ricorrere al suo aiuto era diventato ormai costante. Una regola fissa alla quale avrei voluto ribellarmi ma a cui dovevo sottostare come fosse il più terribile dei doveri. Dovevo arrendermi al suo esserci, dovevo accettarla, dovevo renderla parte di quel tutto che era la mia vita. Come fare, come riuscirci? Ricordo che piansi, che mi sentì vinta, sconfitta. Sentivo la rabbia e la tristezza mischiarsi e scontrarsi alla volontà di non volermi arrendere davvero. Genny, così la chiamai, era piccola e leggera eppure per me era ingombrante, pesante, un vero e proprio macigno. Oggi se ripenso a quel periodo sorrido. Ero goffa, sì lo ero davvero. Non potrei trovare aggettivo migliore. Avete presente la goffaggine che accompagna i primi passi di un bambino? Quel tentennare, quegli scivoloni improvvisi nonostante la spinta sicura e vigorosa, quelle gambine traballanti ma decise a non arrendersi. Io ero così nei confronti della malattia. Goffa, traballante, incerta. Tutto era per lo più sconosciuto, la realtà su cui muovevo i miei passi era piena di dubbi, manchevole di certezze e di una vera diagnosi, e anche il più piccolo passo diventava una sfida. Non conoscevo il sentiero che la malattia mi avrebbe riservato e ammetto non ero pronta. In quel periodo volevo capire, volevo risposte, volevo la verità e sebbene ero consapevole che non avrebbe portato nulla di buono ero decisa ad imparare a camminare sulla strada che lei aveva scelto per me. Il mio esser traballante e confusa nascondeva la paura per tutto ciò che sapevo non avrei potuto cambiare, quel maledetto non senso che sapevo invece essere la realtà che avrei dovuto accettare. Ed è così che ho imparato, accettando. Ho accettato di dover imparare, ho accettato di dover cadere, di darmi il permesso di farlo. Ho accettato di non sapere, ho accettato le incognite e tutti gli interrogativi. Ho accettato di compiere ogni mio passo respiro dopo respiro, libera dal peso delle aspettative. Sono trascorsi molti anni e se guardo indietro posso dire che quei passi traballanti e insicuri hanno lasciato il posto a un incedere più stabile. Buffo per me parlare di stabilità proprio oggi che le mie articolazioni hanno un grado di lassità estremo ma non è del mio corpo che parlo ma di Elly. Di quella bimba oggi donna che avrei sì voluto proteggere di più, a cui avrei voluto regalare di più, ma di cui oggi sono estremamente orgogliosa. Mi guardo allo specchio e sento un amore profondo verso me stessa, sento di dovere unicamente alla mia forza il coraggio di non aver mollato nemmeno per un istante. Il mio corpo proprio in queste settimane mi sta gridando di fermarmi, mi sta dicendo di rallentare ma il mio animo, la mia mente è oltre. È oltre la malattia, è oltre ogni limite che mi impone, è oltre perfino ciò che non posso cambiare. Non posso fermare la degenerazione dei miei vasi, non posso fermare la distruzione dei miei legamenti, non posso impedire che il buio imprigioni i miei occhi all’improvviso. Davanti alla malattia il mio corpo è niente. È il nulla più assoluto, ma la mia mente ha fatto e fa’ la differenza, ogni giorno, ogni singolo istante. È la mia mente a non lasciarmi il permesso di mollare, lei controlla il dolore, lo sopporta, lo respinge. Ed è sempre lei a darmi la forza di cercare costantemente una via di fuga, a darmi una nuova prospettiva. Ho fatto mio il credo di dover dare a me stessa il diritto di sentirmi viva anche quando il mio corpo mi tradisce. Il mio corpo mi ha tradita, lo ha fatto davvero, e lo continuerà a fare ma solo io potrò fare la differenza. E non mi importa del prezzo che sarò costretta a pagare, non mi importa di quanto i miei passi risulteranno traballanti e incerti o del dolore che dovrò accettare e sopportare, oggi so di poterlo accettare, di poterlo sopportare. Non vi è nulla di giusto, non vi è nulla che di fronte alla malattia abbia davvero un senso, nè ci sono risposte a dolori inimmaginabili ma ci possono essere certezze, ci può essere una volontà che sceglie di andare oltre, pur sapendo che farlo rappresenterà un salto nel buio. C’è la Vita e ci sono anch’io che ho scelto di farlo quel salto, che ho scelto di Vivere. 

Pubblicato nella Elly&Valy | 1 risposta
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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